27 Aprile 2016

Rumiz intervista Rumiz: questo mondo si salverà?

“Caro Rumiz, ma questo mondo si salverà?”. La domanda non avrebbe nulla di strano se a porla non fosse lo stesso Paolo Rumiz che, come  Glenn Gould, ha intervistato sé stesso, lunedì scorso a Trieste, in una giornata di nuvole, sole e vento, sotto un tendone montato in piazza Borsa per il Premio Luchetta . La sua voce gioca sui registri bassi, come dopo una notte passata al freddo, e procede lenta, come un treno di seconda classe.

“Sono un figlio della notte in cui è stata costruita la frontiera, sono nato a Trieste la notte del 20 dicembre 1947, quando i graniciari jugoslavi con una bottiglia di Slivovitz in tasca e i soldati americani con una King Size tra le dita hanno spensieratamente tracciato questa frontiera intorno alla mia città. Per tutta la vita ho lottato per abbatterla.
Dopo sessant’anni quel momento è arrivato con l’ingresso della Slovenia nella Ue. Nel 2007 decisi di festeggiare il mio sessantesimo compleanno in un’osteria alla fine della rocciosa Val Rosandra, a dieci metri dalla sbarra bianca rossa e blu dell’ex Jugoslavia. A mezzanotte gli amici sloveni dei villaggi  dell’altra parte, Beka, Cisla…sono  scesi attraverso  la foresta con le loro lampadine frontali per brindare insieme, contenti di entrare definitivamente in Europa dopo essere usciti dal dramma della dissoluzione jugoslava. Abbiamo tagliato a fette la sbarra e ce la siamo divisa come un souvenir, come fossero delle particole. In quel momento un amico, l’attore Moni Ovadia, mi ha fatto una domanda: E adesso vecio come te farà senza questo tuo confin?
Mi mancava qualcosa, quella frontiera garantiva che quelli che dell’altra parte restassero diversi da me. Che me ne importa che gli sloveni e i croati mi somiglino, io voglio che siano diversi, altrimenti non ha senso viaggiare, viaggio per incontrare quelli che sono differenti dalla mia cultura. Quella  frontiera è stata un grande invito al viaggio, il fatto che ci fosse mi dava quel prurito necessario a sorpassarla, a andarci oltre; la provocazione, il desiderio di infrangere una regola,  questo effettivamente mi mancava… mi troverete morto tra qualche anno su un treno di seconda classe tra Bulgaria e Romania…
Ricordo che da bambino ascoltavo la radio della nonna, che chiamavamo cheba, giravo la manopola e sentivo le voci di quest’altro mondo, Radio Budapest, Radio Praga…la frontiera da una parte chiude, dall’altra dischiude mondi diversi. Dopo quell’insolito compleanno, sentii il bisogno di attraversare le frontiere di una volta, quelle con i visti e le lunghe attese per i controlli. Iniziai un viaggio a zig zag, come i punti di sutura di una ferita, di una cicatrice, da nord a sud. La parte più interessante dell’Europa stava fuori dall’Europa dei ricchi, il cuore era dall’altra parte, nei paesi del grande freddo. Ogni volta che rientravo in Finlandia, in Polonia, in Ungheria, avevo meno cose da scrivere, il rapporto umano con le persone diminuiva, entravo in un mondo in cui c’era più fretta e meno umanità nei confronti del forestiero che arrivava”.
Ma allora, signor Rumiz, lei è contento che l’Austria costruisca un muro al Brennero?
“Comincio da un incontro. Pochi giorni fa, invitato dal sindaco di Trieste Cosolini, ho partecipato a un pranzo  a Palazzo Revotella, insieme al sindaco socialista di Vienna Michael Häupl. Gli ho chiesto qual era il segreto per governare una città così plurale come Vienna, che ha assorbito in termini percentuali più immigrati di qualsiasi altra città europea – se guardate l’elenco telefonico è ancora più incasinato di quello di Trieste in quanto a origini e paesi rappresentati. Lui mi ha risposto: Es ist einfach, Humanität und Ordnung (È semplice, umanità e ordine). Ha poi aggiunto che queste due parole vanno declinate insieme, ciò che i suoi amici socialisti europei non sanno fare perché credono che basti l’umanità. Prima di criticare l’Austria dovremmo aspettare che sia passata questa tornata elettorale, perché i comportamenti sono influenzati dal fatto che si va a un voto: i partiti tradizionali preoccupati dall’avanzata dalle destre compiono gesti simbolici per paura di perdere voti.  L’Austria e la Germania sono state meno brave di noi nel far entrare la gente, ma sicuramente piu brave nell’integrarla. Il mondo di lingua tedesca è l’unico che ha i mezzi e la cultura necessari per vincere una sfida del genere.
Il successo dei populismi è il segno di una politica che non sa dare risposte a un atteggiamento nei confronti dello straniero che è profondamente mutato in questi anni. Nel 1991 la popolazione di Brindisi si è fatta in quattro per accogliere i migliaia di profughi albanesi arrivati a bordo di una grande nave mercantile. Nel giugno del 2015, dopo ventiquattro anni, sono tornato a Brindisi e l’ho trovata invasa da scritte razziste.
Quando negli anni Settanta furono trovati in Val Rosandra i corpi congelati di quattro ragazzi del Camerun,  ranicchiati di fronte a un piccolo casello della vecchia ferrovia, ci fu un’ondata commozione e ancora oggi nel cimitero di San Giuseppe della Chiusa non manca un fiore sulle loro tombe. Alcuni giorni fa, fermo a un semaforo, vedo una famiglia di esuli, probabilmente siriani, che attraversano sulle strisce. Un giovinastro in compagnia della sua fidanzata abbassa il finestrino e grida: Stronzi no gavè capi che non ve vol nisuni. L’ho raggiunto al semaforo successivo e ho detto alla sua fidanzata: La ghe disi al suo omo ch’el preghi de non aver mai una guerra in casa.
Mi sono venuti in mente tutti gli esuli passati per Trieste. Gli istriani erano considerati fascisti solo perché cacciati da un paese comunista; quando arrivarono i bosniaci un noto politico disse che tornavano a Canossa i nipotini degli infoibatori. Quello che mi è sempre più chiaro è che il film che vedo ripetersi dagli anni Cinquanata è sempre lo stesso: la cacciata di evoluti per mano di primitivi bene armati che, nascondendosi dietro l’alibi, l’usbergo della religione, della patria, del partito, trovano l’occasione per rubare, struprare, cacciare, impadronirsi dei beni altrui. Pensateci bene, oggi non scappano i poveri, oggi scappano quelli che avevano costruito o che si battevano per un paese laico.”
Signor Rumiz, perché è cambiato il nostro atteggiamento nei loro confronti, perché abbiamo paura di accoglierli?
“C’è  la crisi economica, abbiamo delle guerre alle porte e dei terroristi organizzati che potrebbero sbarcare su qualsiasi spiaggia italiana, e soprattutto una politica che non dà risposte alle paure della gente: fa spallucce o manda gli immigrati nelle periferie, nei ghetti delle nostre città, trasformando il problema  etnico-religioso in problema sociale, un mix tremendo. Il  problema è che questa politica, che si nutre di talk show e non cammina, non si impolvera le scarpe nelle nostre periferie, dà  risposte di tipo cosmetico o di tipo anestetico. E poi c’è questa invasione di protesi elettroniche che ci impedisce di comunicare: siamo il popolo che più di qualsiasi altro in Europa cammina curvo sul proprio telefonino; abbiamo smesso di relazionarci con gli altri. Penso che abbiamo urgente bisogno di guardare  negli occhi non solo lo straniero ma anche il vicino di casa.”
Caro Rumiz, ma questo mondo si salverà?
“Non lo so, ma mi lasci dire una cosa. Molto spesso noi diamo delle risposte settoriali, rispondiamo alla crisi finanziaria con delle formule economiche, rispondiamo al riscaldamento climatico con considerazioni di tipo scientifico,  rispondiamo all’eplodere della guerra dei Balcani con considerazioni di tipo etnico. Non comprendiamo che in realtà questi fenomeni sono collegati alla fine delle risorse naturali, siamo di fronte a orde di predatori che vogliono impossessarsi  di quel che rimane.
Ci manca la capacità visionaria di collegare insieme le cose e dobbiamo  recuperare urgentemente il senso del limite, non è un caso che la parola frontiera in latino si traduca con limes. La retorica del mondo senza frontiere unita alla retorica della crescita del Pil, rappresentano una truffa colossale: non può esserci economia senza ecologia.”
Rumiz, per caso ci stiamo balcanizzando?
“Sì. Può accadere che una minoranza  riesca a far saltare in aria un paese dove la maggioranza della popolazione ha  buone intenzioni. Quando vidi la marcia della pace a Sarajevo, quell’energia civica, quella passione, mi illusi che la guerra potesse nascere ovunque tranne li. Invece è bastato un cecchino appostato su un tetto per seminare il panico, per provocare il disordine nel quale immediatamente i lupi, gli sciacalli si sono tuffati per dare il via libera al brigantaggio santificato dalla croaticità, dalla serbità. Ci stiamo balcanizzando non nel senso che ci inseguiremo per i  quartieri di Trieste con il kalashnikov, ma nel senso che anche noi cominciamo a nutrire la stolta illusione di vivere  meglio nel nostro splendido isolamento  piuttosto che in un piccolo impero di paesi diversi tenuti insieme alla meno peggio da un potere debole.”
Un’ultima domanda Rumiz, siamo in guerra?
“Nella mia orazione Come cavalli che dormono in piedi sostengo che lo siamo dal 1914, è allora che tutto cambia, la guerra diventa parte integrante dell’economia. Al Museo della guerra Diego de Henriquez di Trieste, è esposta una cucina da campo austroungarica che somiglia a una piccola locomotiva e che “sputava” carne cucinata: i soldati l’avevano ribattezza Gulaschkanone. Avevano colto il nesso che c’era fra la carne da cannone che veniva mandata a morire in trincea e la carne di manzo importata in grandi quantità dall’Argentina per rifornire le truppe. Anche quando crediamo di non combattere siamo parte di un meccanismo bellico che ci coinvolge tutti. Quindi quando ci troviamo  di fronte a questi poveracci che attraversano  la strada dovremmo ringraziarli, perché ci tirano per la giacca ricordandoci che quella è la realtà di gran parte del mondo, e che l’Europa è un’oasi miracolosa alla quale non c’è nessuna possibilità di alternativa.”

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