22 Settembre 2016

Calò: “Sta per scoppiare una bomba sociale, le autorità si devono svegliare.”

L’ultimo messaggio del professor Antonio Calò è la bandiera dell’Europa che svetta sul tetto della sua casa a Camalò di Povegliano. In quella del vicino, invece, abbondano le bandiere della Lega. Da quindici mesi, insieme alla moglie Nicoletta e ai quattro figli, Andrea, Giovanni, Elena e Francesco, ospita sei profughi di fede musulmana che lo chiamano papà: Tidjani 27 anni e Braima 31 della Guinea Bissau, Saeed 20 anni del Ghana, Togola 20 anni della Costa d’Avorio, Mohamed 27 anni e Saar 26 del Gambia. Faccia da Garibaldi con gli occhiali, nel suo studio popolato di volumi di filosofia e di carte che formano incerte piramidi, racconta come mai è rimasto l’unico privato a ospitare dei migranti e perché l’Italia e l’Europa non si salveranno a meno che… 
Partiamo dalla bandiera, una provocazione? 
“No, i rapporti con i vicini sono ottimi, anzi li ringrazio per l’insostituibile aiuto. Sto lavorando a un’iniziativa nazionale: gli Stati Uniti d’Europa sono l’unica possibilità che abbiamo per evitare che si ripetano le tragedie del Novecento. E i profughi in Europa rappresentano una risorsa straordinaria, a patto che per loro ci sia un progetto.” Perché ha deciso di ospitare sei profughi e perché è rimasto l’unico? 


“Era il 19 aprile del 2015, un peschereccio zeppo di migranti si rovesciò al largo della Libia. Morirono in novecento. Tornai a casa arrabbiatissimo, scagliai il fascio di giornali per terra e dissi a mia moglie Nicoletta: ‘Non è possibile, dobbiamo fare qualcosa’. Non ci fu bisogno di aggiungere altro, anche lei ci stava pensando. Insieme a don Giovanni Kirschner e altri volontari nelle settimane precedenti avevamo seguito un centinaio di profughi sistemati in parrocchia a Povegliano. Sono rimasto l’unico perché il modello Calò funziona.” 
In che senso? 
“Mi accusarono di lucrare sui migranti, pubblicai i bilanci e dimostrai che dei 5400 euro che ricevo ogni mese dalla cooperativa Hilal non mi resta una lira, che i ragazzi seguono un progetto di reinserimento che prevede turni di lavoro domestico, consulenza psicologica, apprendimento, tirocini. Un progetto che dà lavoro a italiani impegnati nelle attività di sostegno e consulenza. Insomma si può fare a patto che lo si voglia fare. Li salviamo per dare loro una prospettiva o per relegarli in un limbo esistenziale? Che progetto scegliamo per i migranti?” 
Qual è la situazione attuale? 
“Ci sono migranti che dopo un anno e mezzo non hanno ancora sostenuto il colloquio che accerti il loro status. Ma la questione è un’altra, sia che ottengano il permesso di soggiorno sia che non lo ottengano e diventino clandestini, lasciano le strutture ed entrano in un limbo esistenziale di stenti, precarietà, assenza di futuro. Nessuno si preoccupa di dove questo popolo di fantasmi sia diretto. Secondo me la bomba sociale e quella sessuale sono imminenti.” 
Che fare? 
“Accoglierli, formarli, accompagnarli. Facilitare e invitare le famiglie italiane ad ospitarli secondo un nuovo modello di accoglienza diffusa. Dare ai giovani italiani e ai disoccupati la possibilità di seguirli nel percorso d’inserimento che finisce solo quando hanno un lavoro. E facilitare i ricongiungimenti familiari: per due dei miei ospiti sto creando un ponte umanitario con le autorità consolari del Marocco. Ma il signor Calò è il signor nessuno, ci sono autorità ben più importanti, anche europee, che dovrebbero svegliarsi prima che sia troppo tardi.” 
Foto di Nicoletta Ferrara

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