14 Ottobre 2016

Diario di un festival

Quanti passi abbiamo fatto?
L’appuntamento per un corteo che non c’è ancora, è per le cinque, vicino alla fontana. Arrivo fra tre minuti sono in macchina, documentiamo tutto. Lo schermo del cellulare riflette gli edifici di Piazza Giovanni Paolo I a Vittorio Veneto. Alle spalle la biblioteca civica, su un lato il seminario e la torre per guardare le stelle, il duomo dove parlò Albino Luciani, e il museo della Battaglia in restauro, sulle impalcature la riproduzione gigante di una cartolina: teorie infinite di soldati, qualche foto, qualche sbiadito e tremolante filmato. Città caleidoscopica Vittorio Veneto, piena di soglie, di passage e negozi chiusi. Se uno scrittore algerino scrivesse un dialogo sui migranti, questo dialogo potrebbe avvenire dalla torre al campanile. E anche all’edicola si potrebbe con i neorealistici camei in via d’estinzione che la frequentano, e anche in questa galleria d’arte invisibile sotto i portici.
A proposito state contando i passi. E qui dove si va? Al circolo degli anziani giocano a carte dietro una veranda, come fiori in attesa dell’acqua. Quella è la casa di Giorgio Franceschini, fu tra i fondatori del Mibac, in questa villa la sala convegno degli ufficiali, lì la vedi quella bianca, ci dormì Garibaldi e qui, esattamente qui, non c’era una piazza c’era la loggia del mercato. Questo era il teatro sociale: fu svuotato negli anni Quaranta per costruire il cinema. La cosa interessante è la facciata curva, il residuo di una traccia viaria, di una strada che non fu mai realizzata perché gli espropri non furono concessi. Di fronte al cinema la chiesa, in mezzo la piazza, luoghi d’incontro con fedi diverse. La posta in gioco è incontrarsi lungo la carovana, un lungo testo per riscrivere la città, un metrò fantastico, un alveare di sguardi. Fermi in via Manin, come un convoglio in una gola, nello sfrecciare anonimo di un senso unico, sbirciando fra negozi abbandonati e finestre chiuse. I sensi unici trasformano, la gente corre monodirezionalmente come spinta da una mano invisibile. Al Ghetto ebraico la ghiaia di Comodamente 2007 è ancora lì. Immagino i passi di chi ha visto per la prima volta questo luogo straordinario, divenuto margine intra moenia, con i vetri rotti, i colori nerastri di piogge dimenticate e omissioni. Se disegnassimo una mappa di chi camminò in quelle stanze, disegneremmo un mappamondo zeppo di punti, una biblioteca infinita di storie, un mare di volti che riemergono dal silenzio. Più avanti la processione passerà accanto a una scala in rosso secca, trampolino per una ferrovia solitaria, una scala nel nulla come lo sono alcune decisioni politiche che scambiano i binari morti per parcheggi, e costruiscono parcheggi che sono binari morti. Era la scala che portava a Villa Coletti, agli stabilimenti termali frequentati dai ricchi borghesi dell’Impero asburgico. Li c’è  un passaggio segreto, da piccoli ci divertivamo ad attraversarlo nel buio. Si sale in curva, in galleria, esofago urbano che acoglierà musica, luci, parole. Avanti in salita lungo villa San Gottardo e il pozzo piezometrico abbandonato davanti alla stazione dei treni. Più in là lo scalo dove un tempo arrivavano i camion dell’Italcementi e la donna grassa urlava come una pazza contro la modernità. Giganteschi pneumatici schiacciavano i suoi ingenui miraggi, e un ragazzo lungo il viale vendeva fumetti usati. Qui, forse, domani, un ponte abitato, nuovi incontri senza burqa e lingue ciclopedonali verso il passo dei contadini. E passaggi mobili, come in guerra, per il corteo. Una mitragliata del 31 ottobre del 1918 a Porta della Muda, c’è ancora. Ce la faranno i mezzi e gli uomini a passare, a non inciampare sui binari? La notte, una porta dei sogni da oltrepassare, una via nell’aria delle cime, un’autoproduzione notturna di sé insonni, pattuglie d’inchiostri che non si fermano. Passi, passi, quanti passi abbiamo fatto? 
(Note da una passeggiata a Vittorio Veneto, da Ceneda a Serravalle, in compagnia di Claudio Bertorelli, Paola Silvestrin, Nico Covre)
Lo chiamavano Washington
Lo chiamavano Washington, non so perché, forse un parente in America, forse il nome di un transatlantico. Ogni tanto, verso sera, passeggiava nei campi attorno al paese e raccoglieva i sassi, poi li allineava uno sopra l’altro, costruiva piccoli muri, mosaici irregolari, sequenze magiche, tastiere minerali, ognuna diversa dall’altra. C’era la storia del mondo in quei sassi, atomi di vecchie montagne che ora sonnecchiavano al centro della terra o in fondo al mare. Si fermava a guardarli Washington, ogni linea, ogni macchia, ogni spaccatura mostrava una storia, come le cortecce degli alberi, le nuvole, le foglie, come le mani delle persone, a saperle guardare. Un sasso venato di bianco aveva la forma d’un apostrofo, forse un feto, o una piazza con la strada che segue una curva. Nella piazza cominciava il corteo, una parata, una processione, da un lato il campanile con la croce, dall’altro una navicella spaziale, entrambe in partenza per universi poco visibili, la fede come un inchiostro simpatico a svelare l’origine, come l’apparizione di una madonna, il mistero della nascita, una scommessa inventata.
Un pane di granito, un simbolo fallico, un pastorale, l’obiettivo di una cinepresa. Washington ricordò a occhi chiusi una poesia. Non ogni verso, ma una ruggine di versi cigolava nel suo cervello: un cinema chiuso, una scalinata trasformata in teatro, un negozio di giochi erotici, una testa con due facce, Ulisse e Socrate, un branco di cervi.
Un disco irregolare, marrone sporco, tagliato da un solco scuro, una pozzanghera, di quelle che non se ne vanno mai, di quelle che amano i porti, i fiumi di pianura, le acque grigie della periferia. Per anni aspettano che il mondo cambi. E le pozzanghere tatuate sul terreno di passaggi stretti fra baracche e filo spinato, e nei ghetti dove gli uomini seppelliscono altri uomini. Carceri da liberare, finestre e porte da aprire, per ridere di nuovo come i cinesi al bar, e tuffarsi un caffè, cantare nelle osterie, suonare jazz.
Una selce incisa  da quelli che una volta forse erano fili d’erba. Una cortina fra il buio e la luce, il confine del bosco, una galleria tesa come un arco, un diaframma che si schiude. Alle volte bisogna bypassare, arrivare dall’altra parte, lì in riva al mare, dopo la galleria, oltre la luce svizzera che uccide le imperfezioni, per scoprire che nessun luogo t’appartiene davvero, davanti a un falò, succhiando il filtro della sigaretta spenta, la luna una parentesi tra le onde.
Una volta era argilla, ora è un mattone irregolare, una biblioteca di linee, una scultura di lenzuoli piegati, un braccio di ferro in cima a una montagna. Il segno ha disegnato una Guernica di damine e gatti, mandorle e gioielli. Washington per un attimo pensa di portarsela via, starebbe bene accanto alla teiera e ai timbri  della posta, sulla radio che non funziona più. Ma no, meglio qui, in mezzo agli altri sassi, in questa irregolare frontiera fra il campo di grano e il bosco degli ulivi.
Un quarzo arancione, quasi un’albicocca, la mano chiusa a pugno di un neonato, la cupola di un minareto mamelucco ad Ankara. Il canto del muezzin prima del tramonto, il profumo del tè e Khaldoun che racconta la sua storia. Un alfabeto di finestre lungo il cammino della vita, così strana e piena di volti che non conoscerai mai, e di altri che si ripetono quando non vorresti. Il Meltem soffia forte fra le case e porta il profumo dello stretto, gli sguardi delle ragazze di Istanbul.
E se fosse una stella caduta dal cielo, si chiese Washington, un ciottolo minuscolo, una rotellina d’arenaria, il bottone di una divisa, un girasole dell’era quaternaria. L’abaco delle forme assomigliava a quello delle parole, un gioco di formule, di convenzioni. Il disegno di un ingranaggio. Ma dove nasce la forza che lo muove? Lo spirito. L’origine. Una linea, una lacuna, uno spartito di asterischi, di contorni da riempire. Una catena di stelle, di piccole torri viste dall’alto, un tessuto di laghi e asterischi, gli incroci di una città.
Washington si sedette sul muretto e guardò a est, verso il mare. Lo immaginava dietro le colline. Lo respirava nell’onda fresca della sera. Ognuno di noi ha un luogo verso il quale torna.
(Venerdì 12 e sabato 13 luglio 2013, a Vittorio Veneto, insieme a Claudio Bertorelli, Paolo Palma, Silvia Basso, Nico Covre, Giuliano Chimenti, Donatello D’Angelo, Fabio Demitri, Daniele Frattolin, Grigeacque, Sarah Mazzetti, Ilaria Roglieri, per il laboratorio di grafica LAB_PARADE.)

Non esistono delitti perfetti

Soffro di vertigini, era proprio necessario questo viaggio.
– La tengo io architetto non abbia paura. Guardi, da qui si vedono bene le due anime di Vittorio Veneto, quella che a sud abbraccia la pianura è Ceneda, quella che serra la Val Lapisina a nord è Serravalle. L’ingegner Enrico Forlanini, colletto aperto e cravatta scozzese, teneva sottobraccio l’architetto Santos Dumont con la faccia seminascosta nel paletot nero. Affacciati ad una delle finestre della gondola in alluminio si tenevano i Panama incollati alla testa; Forlanini con la sinistra, Dumont con la destra. Il dirigibile era a circa trecento metri d’altezza, le valvole non segnalavano perdite di pressione, le isoterme e le isòtere si comportavano a dovere, era una bella giornata di settembre del 1911.
– Sorvoliamo la zona di Sant’Andrea, vede quello è uno dei piloni della teleferica dell’Italcementi che collega lo stabilimento con la cava del monte Pizzoc.
Con Nico ci troviamo sul luogo del delitto, in piazza della Fontana a due passi dallo Spazio Italcementi, uno dei luoghi di Comodamente: ha ospitato feste di apertura e chiusura e incontri con fabbricatori d’idee. Il delitto su cui s’indaga è un delitto mnemonico: ricordi orali zero. Ma non esistono delitti perfetti, anche ciò che sembra non aver più traccia ha traccia. Al bar Fontana buio sull’Italcementi, quella che cavalca il Meschio stretta tra il monte Malcanton e la statale Cinquantuno, quella riaperta per ospitare i fabbricatori d’idee, è stata chiusa fra le due guerre, stop. Certo non dev’essere stato facile lavorare in quel posto pieno di polvere, fumo e acqua nell’aria. Prendete un caffè?
Nel 1858 la Società delle Strade Ferrate Lombardo Venete, constatata l’abbondanza  di calce delle nostre colline e la possibilità di un’agevole estrazione, vi impiantò uno stabilimento in via delle Fornaci poi ceduto a un veneziano di origine francese ing. Ottavio Croze. Ciò diede avvio ad un’attività sempre più importante sul piano industriale mentre prima, nella Val Lapisina (lapis in greco vuol dire pietra) e nel resto del circondario, erano operanti solo modeste calchere di calce grassa.
Ci hanno detto che all’Italcementi di via delle Fornaci qualche volta è aperto, forse possono darci delle informazioni. C’incamminiamo lungo il Meschio, c’è anche Claudio che ha portato un libro, Il patrimonio industriale tra passato e futuro.
Ragioniamo intorno a un possibile titolo: Una storia di Pietra e Acqua, Memoria e Materia, Storie di Cemento, Fabbricatori d’idee, Non esistono delitti perfetti. Poi è Claudio che racconta del collegamento con il Vajont che sembra lontano, che sembra un’altra storia e invece no. Tra Vittorio e Longarone una linea d’acqua: le centrali idroelettriche di Nove e Fadalto con le lampade in ferro battuto e vetro di Murano, quelle piccole di San Floriano e Castelletto, poi salendo dopo il lago di Santa Croce quella maledetta diga che divorò 2000 persone. Nell’Italcementi di Serravalle l’acqua impetuosa del Meschio serviva a far girare le macine che polverizzavano la pietra cotta nei forni, vengono in mente i granelli di polvere che turbinano in un raggio di sole in una stanza buia (Lucrezio citato da Calvino nelle Lezioni Americane).
Il dirigibile ora è proprio sopra Piazza della Fontana a Serravalle, crocchi di uomini e donne guardano all’insù con meraviglia.
Lo stabilimento di Serravalle fu aperto nel 1878 dai soci Gianbattista Bonaldi e Domenico Balliana. Nell’83 l’Italcementi, chiamata allora Società Bergamasca dei Cementi e della Calce Idraulica, fondata da Giuseppe Piccinelli, lo rilevò insieme a quello di via Fornaci. Iniziarono radicali opere di ristrutturazione che aprirono la strada alla sperimentazione di nuovi materiali sui nuovi edifici, analogamente a quanto avvenuto negli stabilimenti lombardi della società. Alla fine del secolo a Vittorio Veneto l’azienda produceva 100.000 quintali di cemento e 30.000 di calce idraulica, dando lavoro a più di 230 operai.
– Architetto, su faccia uno sforzo, non sa cosa si perde, guardi le tettoie, sette volte sottili in calcestruzzo cementizio armato a botte ad arco ribassato estradossale con tiranti in ferro, poggianti su murature miste di pietra e mattoni a loro volta costituite da pilastri collegati da archi. Certo che il Pesenti è proprio geniale, e non dimentichiamo gli amici Isamberto Brunnel e il suo serbatoio in calcestruzzo cinghiato in ferri piatti, e Joseph Louis Lambot e la sua barca.
– Ricordiamoli pure ingegnere, ma vediamo di scendere presto da qua.
– Non si agiti, mantenga il controllo architetto, respiri profondo, non le dà un senso d’eternità pensare che nulla muore per davvero, il cemento che qui partiva seppellito nei sacchi ora vive in giro per il mondo, chiese, moschee, strade, palazzi, architetto tutto si reincarna, si cementa in qualcosa d’altro, nulla muore.
– Qui mi reincarno io ingegnere se lei non mi fa scendere.
Le nostre ombre si proiettano sui cancelli grigioarancioni dell’Italcementi in via delle Fornaci: al numero trenta la telecamera è spenta, il campanello suona a vuoto. Tutto questo cemento che altro diventerà?
 
Nota: per la parte storica sono state liberamente macinate e cementate le informazioni raccolte inVittorio Veneto tra Ottocento e Novecento di Mario Ulliana, edizioni Canova, e in Il patrimonio industriale tra passato e futuro – un’esperienza didattica a Vittorio Veneto, a cura di Daniela Mazzotta, edizioni Il Poligrafo.


Din, don, dan

Din, don, dan. “Le campane sorrette da un congegno di travi detto castello, origineranno suoni.”
Così le parole che prendono quota nei racconti del Museo. Alle spalle dei relatori antichi affreschi e sculture si gonfiano di sguardi. Un amplexus in aerefra i temi della contemporaneità: è finita l’epoca dei principi, è tempo di volontari, uno stormo. Poltrone esaurite, si accettano solo sedie, una per leggere la Yourcenar: Il vero luogo natio è quello in cui l’uomo pone lo sguardo per la prima volta su se stesso. Imperatore Adriano. L’importante non è dove andare, ma andare.
 Un corteo, una grande fuga, una processione, una marcia, una carovana, otto tappe da sud a nord, di tre ore ciascuna, si parte sabato alle sette di mattina.
“Le campane tenute ferme saranno percosse dal battente mantenuto accostato e manovrato dalla mano del suonatore sia nudamente, sia con mezzi meccanici”.
Gocce di sudore in questa stanza antica, traspirazioni per aprire porte; comporre temi in uno scalo ferroviario; dialogare con i contadini del Sudamerica; accendere fuochi nei ghetti; fabbricare strade, prestare biciclette, saltare confini; spiattellare segreti; indagare segni e tipografie; zippare archivi; coltivare rurali geografie; spronare cavalli e mettere assieme persone; e in tutto questo non buttare via niente: dal cuore al cervello.  “Nel moto rotativo, invece, con le campane sui loro perni e col bilico del gioco o lor cappello (suono a distesa o a doppio), il battaglio precipiterà infallantemente sulla parete bronzea”.
I giovani tornano alla terra, gli psicanalisti curano friabili  paesaggi, i sindaci con la passione della matematica creano città e i postartigiani di macchine complesse stampi di villaggi globali, circuiti collettivi, processi filosofici. Senza dimenticarsi le mani per seminare, accarezzare e, ogni tanto, suonare.  
“L’ondulazione delle campane persuonate a distesa, si otterrà sempre con la sola forza d’uomo accoppiata ad intuito musicale e a conveniente disciplina ginnastica, retto il tutto da opportune regole tramandate da padre in figlio, e che il popolo chiama semplicemente usanze e pratica.”
 Din, don, dan.
(Lunedì 5 agosto 2013, Museo del Cenedese, Vittorio Veneto, conferenza stampa di presentazione di Comodamente 2013. Sono intervenuti: Claudio Bertorelli, Gianantonio  Da Re, Giustino Moro, Giancarlo Scottà, Luca Zaia)
Le citazioni sono tratte da De  tintinnabulorom musica apud veteres, Valentino Miserachs Grau, traduzione di Armando Renzi, edizioni Bartolucci, Roma, 1920.
Edicolanti
Dei loro quotidiani clienti, conoscono a menadito cronache, titoli, tagli di capelli, amori, amanti, delitti e fallimenti, guardaroba estivi e invernali, esami medici, tic, accenti, genealogie. Quando le news si leggeranno solo su iPad, i romanzi resteranno in edicola, perché i romanzi veri, quelli pieni di personaggi, avvenimenti, dettagli e stranezze, non sono quelli  allegati ai giornali, ma sono le vite degli edicolanti.
Stelle in orbita
Sono stelle in orbita, atomi gioiosi, razzi in partenza. Su sedie di un asilo sconosciuto, in cerchio, al centro di un gomitolo di storie . Una galassia in vetrina, uno spaccio di fantasie, trame, colori sconosciuti. E buone scarpe per camminare: scarpe da ginnastica con il coccodrillino, bianche slacciate, francescane Birkenstock, sandali rosa con i lacci, scarpe da tennis, ciabatte piscina e ballerine arrotolabili. Volontari del festival, dell’azione coordinata, temporale, politica, architettonica, maieutica, distopica, psicologica, musiva . Teodofori di manufatti artigianali e elastici tempospaziali. Orologi di senso e direzione, boe mobili, guide urbane del convoglio. La loro condizione è l’essere nel corteo, la vita activa, l’operare per trascendere le tappe. Nella città tappezzata di giallo fluo, ruoteranno grafiche cinefile e borse vernissage, guideranno crocchi e teste, saliranno su auto verso areoporti stazioni e alberghi, modelleranno luoghi evenemenziali: info point, accoglienza, tavolate. Documenteranno il divenire processionale, hashtaggheranno #cmdm13 per archivi collettivi, posteranno on line, e stradalmente materiali cartacei, locandine, manifesti, cartoline per destinatari in transito. La condizione è la connessione, fin dai tempi dei Romani. La pluralità dei volontari è quella degli effetti. Volontà itineranti, collegamenti mobili nelle assise sostenibili, banditori totemici, apripista attenzionali, mossieri di elementi archetipi. La sincronia sarà fondamentale, come in un’orchestra, una parata a due teste, una trasmissione televisiva. Laboratori al bar e discussioni in un perimetro flesso, riprese da docufilm, pizze europee, cittadini con una parte in scena, ellissi a due fuochi, parole chiave, progetti, patti scritti e assicurazioni. Lavagne complete. E otto centrali elettriche dove la notte sognare acquatiche costellazioni, fughe nella corrente, salvagenti esistenziali. Sara, Tutto l’orario, Jacopo, Dammi la taglia, Monica, Martina, Giulia, Alice, Ilaria, Angelica, Tutto l’orario, Marco, Gaia, Sebastiano, Matteo, Non c’e, Laura, Voglio la maglietta rosa, Federica, Nicolò, Marina, Alessio, Massimo, Christian, Tutto l’orario, Erika, Caterina. Tutto l’orario, tutti per uno e uno per tutti. 
Facciamo i seri
Prove generali. Alle sette all’ombra di una fontana e di un signore, faccia e barba da nocchiero, e un cane, che forse si chiama Argo. Immaginiamo lo scrittore muezzin dalla torre del seminario, un Herz (cuore in tedesco) elastico che pulsa, un video di carni fresche, un flauto in ortofrutta, un’arpa al balcone, un taxi inglese e un metronomo che non si ferma, neanche al Policarpo.
Ma ti ricordi quella volta che alle tre di notte mezzo sbronzo facevo l’uomo del Cynar sulle strisce in mezzo alla strada, sbuca la macchina a tutta velocità e per fortuna che mezzo secondo prima m’ero spostato se no non la raccontavo mica. Perché lassù l’è qualcuno, Sì anche fameje intere, E te à trovà quel del formajo, O beata gioventù. Dai facciamo i seri. Gli elementi fissi e mobili di ogni tappa quali sono? Infopoint, camper, apecar 1, service, apecar 2, merchandising, il carretto con barre alte, sedie a un euro, il furgone rosso, il camioncino delle immondizie, il camion biciclette, le volanti dei vigili.
Guarda che è stata un’idea fottutamente epica mettere le locandine sulle fontane. E perché  la tipa che ha postato la foto della locandina sul distributore di preservativi in Facebook? E il bar-lamento di via Gobetti? Dai facciamo i seri, allora qui, Noo fai una foro a questi con le cartoline per vedogiallo, Ma … e le locandine gialle, Han finito la carta, E allora compriamola. E quell’altra cosa, Lunedì mi chiamano, dovrebbero consegnare venerdi mattina, No, no, domani mattina, A che ora, Non lo so.
A proposito di locandine: Minaccia i vigili con il coltello, aspirante suicida denunciato; Arsenale nazista nelle segrete della villa; Ruba prima dell’esame, scortata a scuola…Siamo sotto scacco della cronaca nera.
Facciamo i seri, io a mezzogiorno devo andare, Prendiamo un caffè, Dove lo prendiamo, Lui è il responsabile dei luoghi, lei degli allestimenti, l’uomo del service non ce l’abbiamo ancora, in ogni punto guarda se la spina è attaccata, recupera il filo corrente, Il generatore meglio usarlo il meno possibile, solo in caso d’emergenza. I volontari come li abbiamo divisi? Il gruppo degli arditi che si fanno le ventiquattro ore, e i fanti a tempo, Ma agli arditi diamogli un segno di riconoscimento, un timbro in fronte, una fascia gialla, Come i kamikaze, Controlla se abbiamo delle sovrapposizioni d’orario.
Tu devi comunque segnarti tutto poi io ti faccio i disegni, Hai una penna in più, ti tengo io il foglio, disegna, nei segmenti lineari devi seguire l’ordine cronologico, il camper si deve fermare qua, qua, qua, il lay out lo pubblichiamo e lo diamo ai volontari, Certo, certo, bene andiamo avanti, La progressione è questa: qui le linee bianche, qui, alle 16.45 numeri collettivi, poi hai think tank alle 17 alla torre piezometrica, Ecco ma la torre le Ferrovie ce la danno, noi l’abbiamo chiesta, No non ci hanno fatto problemi, Ma lo facciamo sopra la torre l’incontro, No sotto, ai piedi, han detto che ci danno anche una stanza abbandonata dove ci vanno i barboni, Ah perfetto, Poi alle 17.30 torniamo sul by pass e alle 18 torniamo giù nella galleria, Allora la cosa sotto, poi di sopra, in giro, ancora sopra e poi sotto ci va bene, per l’elastico va bene, Peró da qua, posso dire, la coda dell’allestimento sarebbe bello vederla, hai un elemento che viene fuori.
(Pensionato con la spesa) Scusate io ho letto di quest’affare su un manifesto giallo grande, ma cos’è, Il festival Comodamente, quest’anno è il 6,7,8, settembre, Sì l’ho letto là, Ma Comodamente non è questa qua che fanno ginnastica, o è tutta la stessa cosa, Questo è un festival culturale, Ma qui passano solamente, No faremo incontri, musica, performance, La nostra è una palestra della mente, c’è anche la ministra, sotto la galleria, Con le spalle coperte, così sta più sicura. Dai facciamo i seri, voglio che il cibo diventi il complemento del discorso, e anzi l’accademia merita un capitoletto, i monologhi, i caronti, i camerattori del cibo. Comunque per il piano B, se piove, lascerei perdere questi qui, andiamo in via Cavour, Ok ci vediamo là. Lo vuoi un gelato, No ho bisogno di qualcosa di salato. Dai facciamo i seri che devo andare.
L’elemento totemico
Le questioni sono complicate. Non c’è dubbio. Sul tavolo un libro, Hannsjörg Voth Zeichen der Erinnerung, Dam, Frankfurt am Main, 1987. Il luogo è bello, non c’è dubbio, una vigna di Alice con rane blu, robot gentili e dipladenie bianche. La questione del totem va capita non c’è dubbio, il campanile in fondo che cos’è, e la croce, luogo della decisione ancor prima che della sofferenza, a meno che ogni decisione non sia anche sofferenza, crocicchio di Edipo. E anche la scala piantata nel terreno, sentiero utopistico verso il cielo, una Himmelsleiter (scala del cielo). “Persino Giacobbe nel Vecchio Testamento sognò di una scala che toccava il cielo, e su di essa gli angeli che andavano su e giù”.
L’elemento totemico ha a che fare con il sacro, con il temenos, il recinto che nell’antichità era formato da pietre, pali o da alberi con la chioma tagliata. Il sacro non è il religioso, ma è legato alla condizione originaria essenziale alla formazione di una comunità. Una nascita che richiede il sacrificio di una vittima, un capro espiatorio che unifichi. Sul tema Freud ha scritto Totem e tabù, racconta che nella notte dei tempi un padre governava le pulsioni dei maschi, ma una notte questi decisero di ucciderlo e di trasformarlo in una divinità, in un totem attorno al quale si riuniranno ogni anno per ricordarne la morte, il tabu. “Tabù è una parola polinesiana la cui traduzione riserva qualche difficoltà, perché non è un concetto che ci è proprio. Per gli  antichi romani era definito dalla parola sacer, dai greci ayos, dagli ebrei Kodausch. Per noi la parola Tabu assume significati contraddittori, da un lato è sinonimo di santo, benedetto, dall’altro di sinistro, pericoloso, vietato, impuro.” (S.Freud, Totem e Tabu). L’idea di un centro attorno al quale riunirsi, dell’onfalon, l’ombelico del mondo, attraversa la letteratura dei sistemi religiosi e la storia dell’umanità. Totem, campanili, croci, sono centri attorno ai quali riunirsi. In Il gesto e le parole Leroi-Gourhan sostiene che gli umani hanno incominciato a pensare perché hanno le mani, e che l’evoluzione della specie ha seguito due direttrici, quella degli animali a simmetria radiale e quella degli animali a simmetria bilaterale. La forma più evoluta della prima è la medusa, quella della seconda è l’uomo. Il dato interessante è che l’uomo quando attacca o quando si difende tende a mettersi in cerchio. Si tratta per Gourhan di una reazione biologica, di una precondizione fenomenologica. L’arte moderna nelle sue creazioni parte proprio da qui, non più da una semplice rappresentazione del mondo, ma da un’interazione psicofisica con il mondo. Così l’architettura. Pensiamo a Le Corbusier, che è il primo che si distacca nettamente dalla tradizione ottocentesca. Le Corbusier non lavora solo sulle proporzioni ma sul cervello di chi percorre le sue architetture. A La Tourette la finestra obbliga a guardare un paesaggio, le panchine una di fronte all’altra imbarazzano i fedeli, il cemento armato incute un senso di spaesamento. Oggi l’arte opera sulla nostra aisthesis, non riguarda solo i sensi ma ciò che i sensi determinano a partire dalla forma concettuale. Un landmark, un totem, sono questo. In tale prospettiva si muove la teoria del paesaggio di Blumenberg, quando sostiene che lo sguardo dell’uomo primordiale è uno sguardo interessato, uno sguardo attento alla propria sopravvivenza, a indagare se via sia un pericolo e se vi sia un luogo dove rifugiarsi o fuggire. Insomma il paesaggio non ha niente a che vedere con il bel verde o con  un tramonto indimenticabile, ma ha a che fare con la sopravvivenza. Anche il cielo, per secoli escluso dal paesaggio, è diventato il luogo da cui sferrare o subire un attacco. Un’altra strategia utilizzata dall’arte dei nostri giorni per coinvolgere la nostra aisthesis è il virtuale, il rendere presente qualcosa che è assente. Quando Christo pianta 1340  ombrelloni azzurri in Giappone nella vallata del fiume Sato e 1760 ombrelloni gialli dalla parte opposta del globo nelle lande desertiche di Tejon Pass, vicino a Los Angeles, seguendo una mappa di ricordi, un block notes di appunti, crea un collegamento fra due luoghi che prima non c’era. Hansjörg Voth costruisce una Glasshaus per Icaro, una grande zattera che trasporta una mummia lungo il Reno, un viaggio rituale lungo i luoghi della mitologia tedesca, poi quando raggiunge il mare verso sera la brucia. Ogni cammino è un cammino rituale, totemico. All’incrocio del Danubio con il Reno Voth realizza un altro intervento che confonde lo spettatore, due elementi conici in marmo restituiscono da ogni punto di vista l’impressione di una linea retta, di un orizzonte artificiale. Forse di una diga, per non dimenticare Heidegger quando dice, alludendo al sopravvento della tecnica, che una diga trasforma il fiume in un serbatoio d’energia. E anche una scala nel deserto marocchino, ein utopischer Aufstieg,  per inseguire dio. L’arte contemporanesa spesso lavora sull’assenza facendola diventare presenza. “La poesia è la metà di quel discorso in cui non riesci a sentire le parole del tuo interlocutore. Ma è di quelle che t’importa davvero”  (Peter Härtling). Chi voglia essere un artista contemporaneo dovrebbe lavorare in questo campo, è in questo fiume che si gioca la partita. Se trasforma una ruota in elemento letterario, un landmark in allusione totemica, un corteo in rito, oggetti senza più una funzione in nuove scritture, capodanni agricoli in fucine di senso, macchine da cucire in fecondi aratri è sulla buona strada. Come è sulla buona strada chi non si faccia offuscare dal raptus autoriale e ceda il passo all’instaurazione di processi coerenti a un’idea di bello, che non è più quella hegeliana, ma assomiglia alla definizione di Rilke quando scrive che “il bello è solo l’inizio del tremendo”. E il tremendo è tale perchè non si cura di te.
(Lunedì 2 settembre 2013 alle Vigne di Alice con Roberto Masiero, Claudio Bertorelli, Cinzia Canzian, Anna C&C, Daniele Bortolotto, Alfonso Calafiore, Federico Floriani, Anna Pontel, Ruralboxx, Giorgia Zanellato. La foto è tratta da Hannsjörg Voth Zeichen der Erinnerung, Dam, Frankfurt am Main, 1987) 
Il giorno prima
Tumblr fetali,interessi trasversali, virgole a grappolo. Il giorno prima c’è sempre un po’ di confusione. Il camper a Vicenza chi lo va a prendere? Quanti sono i carretti? E la telecamera per gli edicolanti c’è? La redazione europea è già arrivata? Lo scrittore non cambia hotel, Il laboratorio politico comincia con una cena in cantina.
 L’artista dice una cosa semplice e complessa: “Lo scopo ufficiale è rendere tangibile il respiro di Comodamente, immaginiamo un grande evento con molta gente presente, un grande evento si allarga e si sgonfia, chi lo tiene è la gente che partecipa, dobbiamo materializzare il cuore culturale, dare fisicità a qualcosa che è solo nella nostra testa. Abbiamo fatto un calling cercando di coinvolgere molte persone, E quando si entrerà nella strada stretta dovrete tirare fuori il meglio.”
Tra le vigne la storia di una collezione veneziana, l’Acqua Alta, tessuti liquidi, sbuffi cromatici, e un diffusore di profumi lagunari, un oggetto a forma di bricole, un blocco di marmo scavato, un tappeto con le scale di Venezia, uno sguardo direzionale.
 Stiamo tranquilli domani si comincia. Tutto andrà come deve andare. Entriamo in tensione. Sarà un film.
Questa mattina, Ieri sera
Questa mattina. Il treno è in movimento. Scompartimenti e discorsi diversi. Sullo sfondo il rumore delle tazzine di caffè, il traffico lento delle cittadine di provincia, cubetti di conversazioni e una telecamera che sfoglia volti, parole, sguardi.
Un signore, cappotto, giornale, occhiali, prende un treno, sceglie uno scompartimento, e si siede, solo, è felice, immagina un viaggio tranquillo, Alla stazione successiva entra un altro passeggero, e il signore pensa, Com’era bello prima. Nel corso del viaggio anche gli altri posti liberi verranno occupati. La metafora racconta i processi di migrazione, immigrazione, inclusione e esclusione, spazi, confini.
Ieri sera. Ossimoro: Vini della cantina Bevilacqua, un signore twitta la foto del cartello giallo, la splendida creatura si siede di fronte al professore dai capelli argento, c’è chi mangia una Norma al contrario, un nodino di spaghettini avvolti in pellicole di melanzana, e chi parla senza ascoltare gli altri davvero.
Questa mattina. Tanta brava gente per sfamarsi deve ridursi a rubare. Gli uffici di collocamento registrano tre milioni e duecentomila disoccupati. Ormai è saturo anche il mercato delle libere professioni. Il consumo della carne è sceso del quattro per cento, le vendite delle macchine del 35 per cento. La crisi economica ha scompaginato le precedenti strutture di vita. Cresce amarezza per la sensazione di essere traditi e frustrati. È necessaria una società che valorizzi meriti e talenti. Una gran parte dei cittadini, 6 milioni e 400mila, ha dato il voto alla ciarlataneria più comune, insulsa e piatta. Germania 1928. Il 2050 sarà l’epoca del genere ibrido. Lungo il marciapiede pensionati, mamme con le carrozzine e un camper bianco.
Ieri sera. Il bagno, si l’ho trovato, quando esci è vicino alla macchina rossa, ma è buio stai attento.
Questa mattina. La folla non ha sesso, la comunità ha bisogno di corpi, la rete non li fa vedere. Noi invece che avere conflitto abbiamo depressione, narcisismo individualistico, invece la politica ha bisogno di ossa, di carne, di persone.
Ieri sera. Sul formaggio ubriaco c’è una disputa fra Piemonte e Veneto, credo sia andata così, Nasce nel momento in cui le truppe tedesche nella Seconda guerra mondiale scappano da Roma e cercano di tornare, I contadini di Treviso decisero di mettere le forme di formaggio in mezzo alle graspe del vino che continuarono a fermentare e lo permearono, lo cucinarono, Quando le truppe se ne andarono, si trovarono con un formaggio semimolle che lasciarono asciugare.
Questa mattina. I giovani giornalisti non devono avere problemi economici. Come si fa ad affidare l’informazione a persone che vengono pagate sei euro al pezzo.
Ieri sera. C’è un uomo politico in Italia che quando scorreggia intorno a una tavola può contare sul fatto che molti dei suoi commensali alzeranno la mano per dire: Sono stato io.
Questa mattina. Sedie color caffè macchiato, altre topazio e quelle piccole delle elementari, e divani blu per partecipare ad un apporto di idee e contributi.
Ieri sera. Noi andiamo abbiamo ancora un po’ di cose da fare.
Questa mattina. Ci sono troppi esempi e bibliografie obsoleti e poche palestre per allenarsi a capire i linguaggi contemporanei.
Ieri sera. Hai visto mai il film L’italiano medio di Maccio Capatonda?
Questa mattina. L’informazione è un bene immateriale frutto dell’attività umana. Le macchine da sole non bastano.
Ieri sera. Comunque c’è un modo infallibile per distruggere un libro, Ah sì e qual è, Ti fai fotografare mentre lo stai leggendo sul water.
Questa mattina. In questo mondo che cambia i concetti tradizionali resistono. Spesso i cittadini hanno altro da fare e quindi quello che funziona è il corporativismo. Solo chi fa politica sa quanto vale un nome, ci sono parlamentari che hanno più preferenze di un consigliere comunale. Il mondo che avanza non è chiaro.
Ieri sera. E la foto di Renzi con la canottiera in testa. Finta come non mai.
Questa mattina. In Italia uno dei pochi luoghi in cui puoi sfondare è la politica.
Ieri sera. Senti, io credo di essere figlia di una fortuna gigantesca e di un corso di dizione.
Questa mattina. Avete mai misto quegli studi sull’elettromagnetismo dove ogni elemento va per conto proprio?
Ieri sera. Comunque le persone dolci non sono ingenue, non sono stupide né tantomeno indifese, non indossano nessuna maschera.
Questa mattina. Sono distrazioni che la generazione precedente ci sventola per mantenere il potere.
Ieri sera. La soppressa invece la mangi in agosto, la tradizione dice che la apri quando fai la vendemmia, l’impasto è quello del salame ma il fatto che la carne sia conservata all’interno di una pelle di budella più larga dà luogo a processi chimici diversi, a un sapore diverso.
Viaggi lontani
Fa piacere un mazzo di rose, ma un caffè piace di più in questa mattina di caucciù e biciclette arancioni. Nell’aria i moschini delle vigne e una musica non ancora ascoltata. Nel secchio magico delle nostre vite entreranno nuove metafore che aspettano una redenzione, un tragitto, o semplicemente una nevicata gialla che non spaventa. Fanno arrossire le guance corallo di una zingara, conosce la formula dei viaggi lontani, sa rubarti l’anima. Lei non ascolta mai bestemmie banali e quei palinsesti che si trascinano stanchi nella voglia di vincere le guerre. Il senso dell’attesa si allunga e si stringe. Qualcosa fra poco accadrà. Il suono del flauto come un sasso sul cristallo, un soffio sui binari, una goccia sul marmo. E quello dell’arpa ventaglio di cioccolato, rete dorata, scultura fiorita.
Chi erano Le persone sotto tiro a Sarajevo? La questione filosofica è come vivere insieme. Qual è il rapporto fra me e l’altro? La nostra incapacità d’incontrare il fratello si ripete come una decalcomania. Come le persone che non capiscono nulla di musica, quelle che si mettono a tossire in prima fila, forse bisogna togliere le barriere architettoniche dell’incontro, il frac degli orchestrali, le cattedre dei professori, gli etimologismi degli intellettuali, i silenzi bucati dei maitre a penser. Il progetto di fondo potrebbe assomigliare a una Marghera by night, una fabbrica del dialogo per trasformare la polarità delle relazioni, la germinazione dei rapporti, il decumano delle esperienze. Siediti sulla scalinata adesso, qui vicino a me tra sacro e profano. Insediati. Prova a vedere come un vestito rosso a pois bianchi appare in un modo o in un altro, a metà strada fra ombra e luce, come il profilo di un papero che sembra coniglio, alcune visioni sono bistabili, sguardi rovesciati su misteriose fessure. Non è importante solo la parola ma anche il volto, il corpo, il carattere di chi ti sta davanti. Ma hai voglia di esplorare questo testo? Con gli occhiali da sole è più difficile, non si capisce cosa ti stia frullando per la testa. Alle volte ci si sente come un fagotto nella solitudine dei violini, e nel flusso si entra in momenti di singolare intensità, come l’acqua quando inizia a bollire.
La parete curva
La parete curva del cinema sorveglia i cantastorie. Il sole arroventa le teste e qualcuno sfoglia il giornale ascoltando le colpe di Heidegger e le differenze di Derrida. Come diceva Carmelo Bene non siamo altro che tubo digerente. Riconoscerci animali è la condizione necessaria per diventare umani. Non è possibile guardare il cielo stellato mentre qualcun altro muore di disperazione, o tagliare una bistecca dimenticando le urla del mattatoio.
Sulla soglia, all’ingresso del giardino, con i piedi sull’asfalto, l’esploratore delle menti stringe un foglio di carta e parla di un personaggio che si insinua dentro di noi e dice, Non fare la vittima. Quel personaggio dice anche, Non preoccuparti quando mangi una bistecca.
Ma lui non vuole essere messo in tasca da quel personaggio, lui cerca qualcosa di inimmaginabile, cerca intensità, corrispondenze, musiche. Lui cerca sorrisi non inconsci digitali. I veri sapori nascono dalle mani. Il vino dorato o nero come il mare, la calda focaccia al rosmarino, il luccicante pane con formaggio e olive, la buffa zuppa di zucca, l’allegra salsiccia, arance speziate, carote pinoli e mele cotogne, pere e cannella, cipolle aranciate, radicchio di zucchero, scorze di limone, e bianche mammelle di latte.
Lindbergh delle menti dice che la gente vuole proiettare su un’altra scena una grande drammaturgia cosmica, ignorando che nel proprio sogno notturno c’è molto di più di quella drammaturgia, esso contiene l’inaudito che è in noi. La cascata dei messaggi invece forma un’epidermide che rischiamo di scambiare per nostra, invece dovremmo cercare di capire quali parole, quali maschere, quali pensieri sono davvero nostri e quali invece appartengono ad altri. Anche il nostro linguaggio contiene le parole che non ci appartengono, appartengono alle labbra di chi per primo le ha pronunciate per noi. E sulle loro tracce a volte siamo come incisioni di alberi spogli, pozzi di sogni, eppure così ricchi di architetture.
Non amo le dipendenze
Non amo le dipendenzeè per questo che sono precario da una vita, Alfonso la dice così, quasi di nascosto, in effetti la sua testa non si vede, è sprofondata in fondo al camper, fra zaini, scatole di cartone e fili elettrici. Sulla ciabatta prese occupate, Questa è dei cellulari delle ragazze, Queste sono le batterie dei videomaker, Questo è quella dell’iPad di M, Questo il cellulare del capo, E quella presa lì in cima sopra la finestra è del computer della redazione europea.
Sul by pass gremito di gente il Sindaco Matematico. Non tutti si sono portati le sedie, una signora cerca disorientata un punto d’appoggio, una via di fuga, un angolino confortevole, L’erba no, Chissà quanti insetti, Il pavimento no, Chissà quant’è sporco, In ginocchio no, Alla mia età saltano i menischi. Diventa rossa come una ciliegia ed esclama, Ma questo non è Comodamente è Scomodamente. Quante probabilità ci sono che lo scippatore del mercato sia un extracomunitario? Meno del cinquanta per cento. Quante probabilità ci sono che se oggi c’è stato il sole domani sia brutto? Meno del 20 per cento. Quante probabilità ci sono di costruire una città migliore pensando alle esigenze di anziani, disabili, bambini? Cento per cento. E, infine, i numeri magici: 0 sigarette, frutta 5 volte al giorno e 30 minuti di camminata quotidiana.
In galleria non si contano le battute, ci sono i ragazzi di Spinoza: Abbiamo pubblicato questo bel libro, peccato che l’editore sia fallito (vero ndr), comunque compratelo lo stesso. Il figlio di Bossi: Amo leggere Popper … Harry Popper. Camera ardente a casa Andreotti…stanno bruciando i documenti. Il nuovo papa è laureato in filosofia… Be’ dai, almeno uno ha trovato lavoro. Maradona sei anni senza droga…poi ha iniziato le elementari.
Nella notte ancora parole e musica per chi non ha staccato la spina, l’energia di una centrale elettrica.
 
Olio di motore
Le rocce tra il verde luccicano al sole, il profumo del caffè nero ci saluta in riva al lago blu. La centrale elettrica è un teatro con le turbine arancioni, l’alternatore verde, e i vetri saldati a piombo delle Fornaci Lorenzo Chini di Murano, le cornici con figure di fili elettrici ed isolatori. Dietro i vetri le arterie-tubi del monte Visentin scagliano l’acqua per un salto di 22 metri al secondo e sprizzano 30 megawatt dalla sera alla mattina, schizzano nella chiocciola Francis radialmente e poi ne escono assialmente per trasformarsi in tensione continua.
Le scatole verdi del Lanificio tessono lo sfondo di un tappeto drammatico di parole: rischio, debito di un miliardo al giorno, pensioni. La mattonella scheggiata inquadra graffiti di passi lontani.
La centrale fu inaugurata nel 1925, completava un sistema venoso che inizia fra i monti di Sappada, in Friuli. E lì che nasce il Piave, il fiume delle battaglie. La voce emozionata della professoressa parla di giornali cattivi, di momenti intensi, di un piacevole lavoro da professore, e di cinesi da rincuorare. Il tabellone pubblicitario ha la scritta blu su fondo bianco, un albero stilizzato con fiammelle arancioni, lo slogan dice L’energia che ti ascolta. Il professore è un giurista, professore di diritto del lavoro, una camicia ordinata e un elegante orologio rettangolare. Anche lui è entrato in politica, lo hanno “costretto a fare il negoziatore”. Le parole: situazione drammatica, orlo dell’abisso, crisi politica, cultura che guarda al passato. Sulla cassa rovesciata del Lanificio, tinta verde incerto, sediamo in quattro sgomitando leggermente, con il sedere pizzicato dalle pieghe diagonali del fondo. Una signora tenta di alleggerire la sconveniente trafittura, frappone un ammortizzatore fra il proprio sedere e la pungente seduta, è una mappa di carta gialla, solo un placebo per immaginarla più morbida. La turbina arancione antico segue la curva delle vetrate, vista da qui è il timone di una nave. I lampioni lungo il muro, in ferro battuto e vetro, puntano verso il basso come capezzoli incatenati. “C’è bisogno di un disegno per le politiche industriali” dice il professore ruotando la mano sinistra, lentamente, “lo si diceva già sette o otto anni fa, l’Italia purtroppo ha un deficit di lungimiranza nel gestire le risorse pubbliche”. L’odore di olio motore, il lubrificante delle turbine, si è mescolato ai fiati del pubblico che ascolta attento e ogni tanto commenta. Le parole: ma il lavoro non c’è, cosa hanno fatto loro, quanto hanno rubato alcuni politici, non ne usciremo mai. La voce emozionata racconta che viaggia moltissimo e che vuole morire tranquilla. Le parole: la politica ha il dilemma di fare qualcosa e nello stesso tempo di adottare soluzioni lungimiranti per il futuro. Gli spigoli delle casse in plastica continuano a pizzicare il fondoschiena. Una volta servivano a trasportare filati, per costruire trame, tessuti, lavoro. Il Lanificio oggi è chiuso e le casse rovesciate sotto i nostri sederi sono vuote.
(Note all’incontro svoltosi nell’ambito del festival Comodamente l’8 settembre 2013 alla centrale elettrica di Nove (Tv) con Elsa Fornero e Tiziano Treu)

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