9 Gennaio 2017

Welcome to Israel

 In spiaggia

Il lungomare di Tel Aviv è un freesby che si srotola dall’ antica Jaffa ai più moderni alberghi a cinque stelle. I bagnini dalle torrette richiamano con i megafoni i bagnanti che si spingono troppo in là. Solo ai surfisti è concesso andare lontano per attendere le onde. Sembrano uccelli neri fra i riflessi argento del mare e l’azzurro intenso del cielo. Il tramonto dalla parte di Jaffa si accompagna al canto del muezzin e sembra che ci siano tante stelle nel cielo, ma sono le luci degli aerei che si avvicinano all’aeroporto Ben Gurion. Per raggiungere la parte più moderna del lungomare a nord, quella degli alberghi a cinque stelle e dei grattacieli, ci s’ imbatte in una bazar di situazioni diverse: inseguimenti di cani, gli esibizionisti del tennis da spiaggia e del freesby fanno volare palle e dischi a pochi centimetri dalle teste dei passanti, giocatori di Shesh Besh (simile al backgammon) divorano semi di girasole, appassionati di yoga, ginnasti impegnati nelle più diverse evoluzioni. Arriva qua e là l’odore degli spinelli, abitudine diffusa in particolare sotto i gazebo in legno dove ognuno può conquistarsi la sua porzione d’ombra gratuita. Con l’asciugamano si delimita il territorio e di solito tutto fila liscio, ma quando le occupazioni si sovrappongono o i vicini si fanno troppo vicini, bisogna essere pronti a combattere o a lasciare la posizione per andare ad occupare un altro scampolo di sabbia. E si potrebbe rimanere stupiti dai “barboni balneanti”. Con il loro corredo di libri, sacchetti di plastica e cianfrusaglie varie, in spiaggia hanno l’occasione di farsi una doccia e di asciugarsi al sole completamente vestiti. Fra i tanti outsider, uno aveva la faccia di Mick Jagger” e il fisico abbrustolito dal sole; al tramonto suonava il tamburo sotto un ombrellone rosso della Coca Cola. L’altro, con barba bianca e aspetto socratico, mangiava melograni, fumava mozziconi di sigaretta e leggeva un libro scientifico sulla fisiologia della cellula. Sia ebrei che musulmani nei giorni di festa, venerdì e sabato, si accampano nei giardini pubblici e lungo la spiaggia di Tel Aviv per dar vita a festosi pic nic. Nella moderna città lungo il mare, fra le vie che guardano la Shalom Tower (il primo grattacielo costruito nel 1965), domina la bellezza, non tanto del Bauhaus, ma quella fisica, la jam session di provenienze diverse ha creato volti che fanno girare la testa a uomini e donne.

L’arrivo

Siamo arrivati a Tel Aviv una sera d’agosto. Ci siamo arrivati con un bagaglio di ricordi, di trame, di memorie: i film e gli incontri sulla Shoah, le baracche dei lager, i cumuli di morti, i mucchi di vestiti, le storie di Gesù, Ponzio Pilato, Betlemme, Erode, Nazareth, del Golgota, della via Crucis, del lago di Tiberiade, che ci hanno raccontato fin da piccoli. L’uscita della stazione dei treni Haganà affaccia su un cavalcavia: sotto quattro corsie di macchine, davanti i grattacieli illuminati. Welcome to Israel, ha detto Ilana, una sceneggiatrice che lavora per una tv russa. Durante l’attesa dei bagagli in aeroporto, raccontava che è un paese sicuro, perché anche se non sembra c’è sempre qualcuno che ti tiene d’occhio.

Israele non è come te l’immagini

i palestinesi nella striscia di Gaza e gli israeliani nel resto del territorio. Israele non è Tel Aviv, questa Berlino sul mare. Basta uscire da Tel Aviv e raggiungere i territori occupati: Gerusalemme, Hebron, Nablus, Jenin, Ramallah, Kalia, per rendersene conto. Soldati e soldatesse con i mitra a tracolla, spesso giovanissimi, sono dappertutto, negli autobus, nelle stazioni, negli incroci importanti. In Israele i ragazzi devono assolvere il servizio militare obbligatorio per tre anni, mentre le ragazze per due. Un periodo in cui vengono pagati 100 euro al mese e nel quale non possono studiare. A Gerusalemme ogni porta della città è sorvegliata da un checkpoint, il Muro del Pianto è guardato a vista, dopo le cinque e di venerdì nel quartiere intorno alla spianata della moschea che confina con il Muro del Pianto è vietato entare. L’altro muro, quello lungo il confine costruito in Cisgiordania, è lungo 730 chilometri: condannato dall’Onu, taglia a metà città come Betlemme e impedisce o limita l’accesso ai pozzi d’acqua dei palestinesi. A Nablus ci hanno detto che le finestre che confinano con il quartiere ebraico sono state murate. Il kibbutz di Kalia sembra una stazione dei Carabinieri, muri alti e filo spinato. Ai palestinesi è proibito usare l’aeroporto Ben Gurion, devono partire da Amman a patto che venga loro concesso il visto. Né possono circolare su alcune strade riservate ai soli israeliani. Le vetture con targa bianca palestinese sono obbligate a tragitti più lunghi lungo strade secondarie. Torna alla mente uno dei capitoli indimenticabili del Maestro e Margherita di Bulgakov, quando Gesù dice a Ponzio Pilato: “Ogni potere è violenza sugli uomini, verrà il tempo in cui non ci sarà né il potere dei cesari, né alcun altro potere. L’uomo entrerà nel regno della verità e delle giustizia, dove non ci sarà bisogno di alcun potere”. E anche le parole dello scrittore israeliano Etgar Keret che in un’intervista ha dichiarato: “In questo conflitto non serve chiedersi quale parte abbia più colpe, ma quale parte ha più possibilità di fare la differenza. E credo sia lo stato d’Israele ad avere più possibilità, perché è molto più forte. Se due fratelli, uno grande e uno piccolo, litigano, ci si aspetta che sia quello più grande ad agire in modo più responsabile.” La sensazione è che sia un’utopia, e non solo per quanto riguarda il conflitto israelopalestinese. Proprio qui nei luoghi santi delle religioni monoteiste, che dovrebbero essere focolari di pace, umanità, fratellanza, proprio qui sinaoghe e moschee sono separate dal filo spinato e dai muri. Eppure chi visiti la città vecchia di Gerusalemme si rende conto che la divisione in quartieri, arabo, armeno, cristiano, ebraico, è solo nominale; alle volte è meglio restare neutri per non salutare con un Shalom un mussulmano e con un Salam Aleku un ebreo. Da notare che fra Shalom e Salam la distanza in termini linguistici non è così abissale, e i suoni della parlata araba non sono così diversi da quella ebraica: entrambe appartengono alla stessa famiglia linguistica. Stupisce anche l’intrico di vicoli e strade, una medina circondata dalle alte mura crociate.

Asher

L’abbiamo conosciuto mentre eravamo in fila per i controlli alla stazione centrale dei bus, in Levinsky Street. Dove si prende l’autobus per Gerusalemme? Al sesto piano. Italiani? Welcome to Israel. Faccia bruciata dal sole, fisco atletico nonostante i sessant’anni, Asher ci racconta dei suoi viaggi in India, è un discepolo di Osho, insegnante di sup, il surf con il remo, e di yoga. Sul profilo whatsapp ha impostato come stato una lacrima. Sta andando a visitare la madre malata e la sorella Pnina che fa la guida turistica a Gerusalemme. Perché non venite anche voi ci dice – cominciate da un posto che non avreste mai visto se non ci fossimo incontrati, c’è tempo per visitare la città vecchia. La casa di famiglia è nei dintorni di Jerusalem vicino alla chiesa di San Giovanni Battista e fa parte di un Moshav, un particolare tipo di villaggio agricolo che diversamente dal kibbutz, prevede la proprietà individuale. Lungo l’autostrada Asher indica i relitti di alcuni carrarmati, testimonianza del conflitto giordano e dice che Israele è un piccolo stato: in mountain bike da Tel Aviv ci si mette circa un’ora a raggiungere il confine.

Betlemme

Non me ne sono accorto, non ho fatto in tempo a vederla in faccia. Racma, tre anni e una nuvola di ricci neri, si è aggrappata a me  appena mi sono abbassato per raccogliere un pallone. E mi stringeva forte forte come per dire non lasciarmi. Racma è uno dei trentanove bambini ospiti della Creche, l’orfanotrofio di Betlemme, gestito dalle Figlie della Carità di San Vincenzo De Paoli. È l’unica struttura in territorio palestinese che si occupa dei bambini abbandonati, a volte creature di pochi giorni nate da un incesto o malate. Suor Maria, una religiosa sarda che ha trascorso diversi anni in Mozambico, racconta che questi bambini per la legge musulmana non possono essere adottati. L’unico istituto previsto è quello dell’affido a famiglie arabe che però viene richiesto raramente. La loro vita probabilmente sarà molto difficile, perché non faranno mai parte di una famiglia. Guardando i bambini che giocano in piscina è difficile pensare che non sia un asilo come gli altri, dove a fine giornata arrivano i papà, le mamme, i nonni. Qui i genitori sono le infermiere, i volontari, gli specialisti, che li seguono con un amore infinito, ma non potranno mai sostituire il calore che hanno perso per sempre, quel riconoscimento, quell’abbraccio unico negato per ignoranza o povertà. Ma Vida, la giovane terapista occupazionale che li cura in sedute individuali, apre la porta alla speranza: Ognuno di loro è un mondo a sé, alcuni hanno lo sguardo triste, perso, altri sorridono, non possiamo sapere come sarà il loro futuro, noi lavoriamo ogni giorno affinché superino il grande dolore nel quale sono nati. Se avete tempo dopo passate alla Creche e chiedete di Suor Maria. Avevano detto così Mauro e sua moglie, due dentisti di Frosinone che da dieci anni dedicano le loro estati all’orfanotrofio La Creche, che in fracese vuol dire culla, greppia. Li abbiamo incontrati nelle loro divise color fucsia, dopo essere sfuggiti a un nugolo di tassisti che ci aspettavano alla fermata dell’autobus, mentre salivamo verso la città vecchia di Betlemme. L’altra Italia, quella che mostra il lato migliore del nostro paese, l’abbiamo incontrata anche all’ingresso della chiesa della natività. Stava al di là di un telo da cantiere bianco e aveva il volto di Ida e Carlo, due giovani restauratori che lavorano per la Piacenti di Prato vincitrice della gara d’appalto internazionale per il restauro dell’edificio. La cripta, la grotta dove sarebbe nato Gesù, è un luogo di rara suggestione, c’è chi si ferma il tempo di un clic, chi legge il vangelo, chi piange. C’è anche un addetto alla sicurezza che sbraita e batte le mani per cacciare i presenti come fossero pecore. Il motivo? C’è una processione. Quanto poco potere è necessario per trasformare un uomo in uno stupido?

Tel Aviv

in ebraico significa collina della primavera, ma più che la primavera questo nome fa venire in mente l titoli di tg e giornali che parlano di bombardamenti. Gli ultimi razzi da Gaza verso la città sono stati lanciati nel 2014. Daniel, una guida di origine tedesca, ricorda “Fu un’ottima per scoprire che pigiami e che biancheria intima indossassero i nostri vicini”. Chi non avesse avuto la possibilità di raggiungere un rifugio, doveva secondo le istruzioni attendere il cessate il fuoco in terrazza. Daniel ci accompagna lungo Rothschild Boulevard alla scoperta dell’architettura Bauhaus, degli edifici eclettici, di quelli ispirati all’unité d’habitation, dei grattacieli dove un attico può costare 12 milioni di dollari. Quando gli dico che sto usando la green bike del comune da ieri, Daniel mi suggerisce di riconsegnare le bici in una delle apposite stazioni. Il costo per usufruire del servizio, dice, non c’entra nulla con la tariffa del noleggio che è crescente dopo la prima mezz’ora gratuita e può arrivare fino a 150 shekel all’ora. Il progetto è stato chiamato Tel-O-Fun. Si noleggia con carta di credito, di pedala per i primi 30 minuti e poi si parcheggia in una delle 400 stazioni sparse per la città; se la rastrelliera è occupata si prosegue per la successiva. Noi che le abbiamo prese da ieri dovremmo pagare circa 800 euro a testa … Al numero verde di Tel-O-Fun sono molto gentili e dicono che non siamo i primi turisti che confondono il costo di accesso con il noleggio giornaliero … quindi nessun problema, l’unico addebito sarà di 17 shekel e … Welcome to Israel.

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