4 luglio 2017

Il Decameron e il manoscritto fantasma

Nel 1395 un colto mercante copia l’opera del Boccaccio a Conegliano, in provincia di Treviso. Un Decameron che mostra curiose “correzioni” e rimanda all’esistenza di un manoscritto fantasma preso a riferimento da altri due manoscritti veneti conservati alla Biblioteca Marciana e alla Biblioteca del Patriarcato di Venezia.

Queste le conclusioni di una straordinaria e appassionante avventura filologica che è stata percorsa in oltre tre anni da Antonio Ferracin, insegnante di liceo e ricercatore universitario di Conegliano. Il saggio Il Decameron di Domenico Caronelli, pubblicato nel numero  44 della rivista scientifica Studi sul Boccaccio fondata da Vittore Branca, spiega che l’antigrafo, cioè il codice dal quale copia il Caronelli, risulta già “rivisitato” rispetto all’autografo di Boccaccio (1370-72), conosciuto come Hamilton 90, conservato a Berlino, e al Parigino Italiano 482, conservato a Parigi e vergato tra gli anni 50 e 60 del XIV secolo  da Giovanni d’Agnolo Capponi, un amico di famiglia.

Il Boccaccio all’epoca è considerato un autore popolare a differenza del più “nobile” Petrarca. Le novelle in cui si parla di donne, amori, affari, scherzi, imbrogli e,  con una certa irriverenza, di preti e monache, sono più vicine alla vita e ai gusti degli “imprenditori” medievali, rispetto alle rime colte e sublimi del Petrarca. Il mercante interessato al best seller boccaccesco lo riscrive  senza avere la formazione del copista;  dispone di un antigrafo di fortuna e, a volte,  cambia nomi e situazioni, elimina quel che non è  azione, intreccio, peripezia.

Antonio Ferracin nel suo saggio sul codice Caronelli, segnato come Vaticano Rossiano 947 e conservato alla Biblioteca Vaticana di Roma,  scopre invece che l’autore quasi sempre si comporta da copista fedele, ma che la sua fonte doveva essere già ampiamente contaminata.  Per esempio, il cuoco Chichibio (IV,6) che regala la coscia arrostita di una gru a una compiacente servetta e poi nega ai commensali di averne cotte due perché si sa che le gru hanno una gamba sola,  nell’originale è definito vinizian e bugiardo.  Ma nella riscrittura del Caronelli e di altri copisti veneti smarrisce la sua venezianità e resta solamente bugiardo.

Un’altra variazione interessante, tra le altre, riguarda la famosa novella di Andreuccio da Perugia, cozzone (mercante ndr) di cavalli (V,2), che a Napoli perde tutti i suoi averi dopo essere stato sedotto da una bella prostituta in contrada Malpertugio; poi con uno stratagemma s’impossessa del prezioso anello di un arcivescovo morto.

“Mentre nel testo originale – scrive Ferracin – a guidare la seconda profanazione della tomba dell’arcivescovo  è solo un prete, che si serve di complici di cui non viene specificato lo status, nella versione del Caronelli quel gruppetto pare tutto composto da preti, tra i quali emerge la figura assai più espressiva di ‘uno prete molto grasso’.”

Scrive il  Caronelli: “Ma poi che costoro ebeno l’archa aperta, in quistione cadeno chi ne dovesse entrare dentro. Di che niuno di quelli preti il voleano fare; ma pure dopo lunga quistione uno prete molto grasso disse: ‘Di che avete voi paura? Credete voi che egli vi mangi? I morti non mangiano gli huomeni: io v’entrerò, io dentro’.”

“L’aspetto affascinante di questa avventura – racconta Ferracin – che mi ha portato per tre anni a dedicarmi al Caronelli e all’opera del Boccaccio,  è che esiste un testimone, un manoscritto perduto, che circolava in Veneto, da cui hanno copiato non solo Caronelli ma anche gli autori dei due manoscritti posteriori  conservati alla Marciana e alla Biblioteca del Patriarcato di Venezia. Il mio prossimo lavoro riguarderà Angelo Dalmistro, sacerdote e abate veneziano. Un grande uomo di cultura che visse fra Sette e Ottocento, fu amico del giovanissimo Foscolo, allievo prediletto di Gasparo Gozzi e un’atleta della poesia d’occasione.”

Foto: Antonio Ferracin

Domenico Caronelli – Capostipite della famiglia Caronelli è  Coneglan de Karonellis, vissuto  tra la seconda metà del Duecento e la prima del secolo successivo. Domenico Caronelli, della cui vita si conosce poco,  fu attivo a Conegliano e Venezia. Vergò di propria mano almeno tre manoscritti: il Decameron, finito di copiare in Conegliano il 24 aprile 1395, un estratto del Filocolo contenente le Questioni d’Amore, conservati entrambi alla Biblioteca Vaticana; e  il più antico esempio di silloge di novelle del Decameron, ovvero il codice 30 della Biblioteca Civica Vincenzo Joppi di Udine.

Antonio Ferracin – Laureato in lettere, è insegnante presso l’Isiss Casagrande di Pieve di Soligo. È autore di saggi, recensioni e studi di carattere storico e letterario, privilegiando tra gli autori Giovanni Boccaccio, Angelo Dalmistro e Giovanni Pascoli. Nel 2014 ha conseguito il dottorato di Ricerca in Letteratura e Filologia, presso l’Università degli Studi di Verona con una tesi sul Codice Vaticano Rossiano 947.

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