10 agosto 2017

“Chi ha diritto alla filosofia?”

“Se viviamo in un piccolo villaggio del Congo possiamo davvero avvicinarci alla filosofia? Chi ha diritto alla filosofia. Un negro una donna, i bambini hanno diritto alla filosofia? Quali sono i titoli per confrontarsi con questo sapere? Quali sono i filosofi legittimati a entrare nell’università, nelle biblioteche, nei convegni?”

Sono domande potenti, eversive, radicali, quelle che Nadia Yala Kisukidi, professoressa associata presso l’Università Paris-8 Vincennes, ha posto nelle sue lezioni a African Summer School 2017, lo straordinario momento formativo progettato da Fortuna Ekutsu Mambulo, giunto alla sua quinta edizione e svoltosi l’ultima settimana di luglio a Villa Buri (vedi sito e pagina Facebook: African Summer School Italy)

A partire dal pensiero del suo filosofo preferito, il camerunense Fabien Eboussi Boulaga, passando da Fanon (Martinica) e Anta Diop (Senegal), per arrivare a pensatori come Dussel (Argentina), Mignolo (Argentina), Quijano (Perù), Kisukidi ha decostruito l’impostazione dei processi di sapere imposti dal colonialismo e dalla colonialità (intesa come sopravvivenza della sudditanza intellettuale e linguistica). Un percorso intellettuale di decolonizzazione del sapere europeo-greco per far conoscere la prospettiva africana della filosofia. Molti i tuffi nella storia più recente, come l’analisi del discorso di Sarkozy a Dakar il 26 luglio 2007, nel quale il presidente francese paragona gli africani a “contadini che camminano dall’alba al tramonto lungo gli stessi sentieri senza interessarsi al proprio futuro”. Un discorso in apparenza privo di senso, in realtà la riproduzione dello stereotipo hegeliano del popolo senza storia (quello africano) descritto   in “Lezioni sulla filosofia della storia”. “Sento una ragione che sragiona – ha detto Yala – il risultato di un sapere funzionale a un potere, quello capitalistico , che ha sfruttato e sfrutta le risorse naturali e quelle umane dell’Africa. Un’alleanza che colloca il “negro” in uno spazio di non pensiero dell’umanità, una geografia della ragione che ha equiparato gli africani e i popoli oggetto di conquiste a dei selvaggi, a dei primitivi da educare”. Un’impostazione rinforzata dalla cosiddetta etnofilosofia, in particolare dal libro La filosofia bantu (1945) del missionario Placide Tempels, che ha costruito una assiologia, una griglia di valori razziale, secondo cui il bianco è superiore al nero. Solo negli anni Cinquanta alcuni pensatori africani, in particolare Cheik Anta Diop, hanno decostruito questo sistema di pensiero e posto le premesse per una biblioteca diversa da quella coloniale (cfr. Valentin Mudimbe), una biblioteca piena di racconti e immagini, fonte di un contropensiero capace di definire l’identità africana a partire dagli africani. “Decolonizzare vuol dire conoscere la nostra storia – ha affermato Kisukidi -significa ristoricizzarsi, cioè prendere coscienza di ciò che è avvenuto prima della colonizzazione e non rovinarsi per imitare gli altri, non considerarsi e percepirsi in uno stato di mancanza, di sconfitta, anche rispetto alla ragione filosofica proposta dall’educazione coloniale. Il filosofo camerunense Fabien Eboussi Boulaga nel suo libro La crisi del Muntu (che significa uomo) riconosce la ricchezza della filosofia europea ma non vuole partecipare alla sua continuità. Per Boulaga il filosofo è un funzionario dello stato predatore, invece la sfida non è riprodurre le idee di altri, ma arrivare a una propria concezione del mondo frutto di una riflessione personale, di un’emancipazione. Il dibattito sulla filosofia, il momento in cui la filosofia comincia non è la meraviglia del mondo, l’origine della filosofia è lo stupore della sconfitta. Se la filosofia è interpretata come allegoria della potenza, allora il muntu (l’uomo) si sente incompleto. Per Boulaga la ragione filosofica è una ragione coloniale, l’unica cosa davvero importante, invece, e è pensare in sé e per sé. Un processo, quello dell’indipendenza intellettuale, in cui la tradizione può giocare un ruolo importante a patto che si trasformi in memoria vigilante in modello d’identificazione critica e in modello utopico, inteso quest’ultimo non come un sogno fumoso, ma come una prospettiva futura non disintegrante. Ogni pensiero di decolonizzazione è un pensiero di divenire umano che è continuamente reinventato”.

Foto Yala Kisukidi by Piero Adamoli

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