14 settembre 2018

I libri della Natio Germanica

Sono passati quasi cinquant’anni da quando Lucia Rossetti, nel 1969, pubblicò l’articolo Le biblioteche delle “Nationes” nello Studio di Padova nei “Quaderni dell’Università di Padova”. Un lavoro precorritore, come altri che caratterizzano la produzione scientifica di colei che seppe mettere a frutto al meglio la sua formazione e i suoi incarichi accademici e la direzio-ne dell’archivio antico dell’Università.
 Quarantanove anni nel corso dei quali alcuni settori hanno fatto progressi inimmaginabili. Pensiamo ad esempio all’avvento e allo sviluppo dei personal computer, apparsi per la prima volta alla metà degli anni Settanta, e alla rete di Internet che, tra l’altro, consente di individuare e “scaricare” in pochi secondi testi anche rarissimi. Questo non significa che le ricerche avanzino da sole. Solo lo studio e la ricerca infatti consentono di interpretare e comprendere manoscritti e testi a stampa antichi. Ed è in questo senso che il saggio di Lucia Rossetti rimane un punto di riferimento per chiunque voglia avvicinarsi a comprendere questo straordinario patrimonio, che non è ancora stato scandagliato come meriterebbe. Innanzitutto diamo una definizione di quel che era la Natio Germanica. A seconda della provenienza, gli studenti di tutte le università della vecchia Europa erano usi a formare dei raggruppamenti detti “nationes”, che a loro volta formavano l’ “Universitas”. La nazione, che si può considerare la cellula base dell’ordinamento universitario, aveva lo scopo di proteggere i propri membri e i loro comuni interessi. È molto probabile 
che gli studenti tede- schia Padova fossero presenti fin dal 1222,
 data alla quale risalgono le più antiche notizie sull’Universitas Patavina. A partire dal 1399 si creò la bipartizione fra studenti della Universi- tas Iuristarum e quelli dell’Universitas Artistarum. La prima comprendeva gli studenti di diritto, mentre la seconda quelli di filosofia, medicina, teologia. Tale divisione, insieme ad altre situazioni interne alla Natio Germanica, provocò nel 1553 una scissione della natio che si divise a sua volta in “Natio Germanica Iuristarum” e “Natio Germanica Artistarum”. Ma dobbiamo aspettare il 1683 per vedere la stampa del catalogo di tutti i libri conservati nella biblioteca dei giuristi, e il 1691, per un secondo catalogo edito in 200 esemplari, con i tipi di Giovanni Battista Pasquati, tipografo della nazione germanica, di cui si conservano oggi a Padova due copie, una presso la Biblioteca universitaria e l’altra presso la Civica. “Questo catalogo – scrive la Rossetti nel suo studio – ci permette di conoscere quale fosse la biblioteca della ‘Natio Germanica Iuristarum’ nell’anno 1691. La sua consistenza era di 2904 volumi, il suo carattere quanto mai eclettico, annoverando con i libri giuridici libri letterari, filosofici, storici e di cultura generale. S’è già detto che i migliori scolari giuristi, seguendo l’esempio dei loro maestri, si dilettavano di studi letterari e vantavano quasi sempre una buona cultura umanistica. Il catalogo è diviso in tre sezioni: Libri iuridici; Libri historici latini; Libri italici, germanici, hispanici et gallici. Oltre alle opere giuridiche, nella seconda e terza sezione abbondano le opere di Aristotele, i classici latini e italiani, alcuni anche nelle traduzioni tedesca, francese e spagnola, gli scrittori veneti; un po’ meno rappresentati i classici greci e tutti in traduzione latina, a eccezione di un Senofonte in italiano e di un’Iliade in francese. In greco soltanto un Esopo, benché a quanto risulta dalla lettura degli Annali, gli studenti tedeschi conoscessero questa lingua. Vi sono inoltre gli Elementi di Euclide, la Geografia di Tolomeo, il De revolutionibus orbium coele- stium di Copernico, il Siderus Nuncius di Galileo, l’A- stronomia di Keplero, scritti matematici di Andrea Argoli, le opere di Erasmo da Rotterdam, le opere del Cervantes, la Bibbia in più lingue, un Pentateuco ebraico-latino, il Vangelo con gli Atti degli apostoli e l’Apocalisse, iSalmi, un catechismo romano, cronache e storie francesi, dizionari e grammatiche in varie lingue.”
 Per la biblioteca della “Natio Germanica Artistarum” il catalogo a stampa fu edito nel 1685 dal tipografo Pier Maria Frambotti e la Biblioteca uni- versitaria di Padova ne possiede una copia. Anche per esso citiamo l’approfondito studio della Rossetti: “Comprende due sezioni: Libri medici e Libri philosophici et mixti. In ciascuna i volumi sono distribuiti secondo il formato ed elencati in ordine alfabetico per autore. A parago- ne del catalogo dei giuristi, questo è redatto con maggior diligenza e precisione e, quel che più conta, di buona parte dei libri sono indicati il luogo e l’anno di stampa. La consistenza nel 1685 risulta di circa 5500 volumi. Le edizioni, italiane e straniere, sono quasi tutte del ’500 e del ’600, qualcuna è l’ ‘editio princeps’; pochi gli incunaboli, soltanto otto i manoscritti. Tra le edizioni italiane prevalgono le veneziane e le padovane. (…) Predominano nella biblioteca della ‘Natio Germanica Artistarum’ i libri di medicina, incominciando da Ippocrate, Galeno, Avicenna, che per molti secoli esercitarono un’influenza determinante sul pensiero medico e le cui opere, qui presenti in numerosi esemplari, costituivano i libri di testo nei corsi di medicina. Di Ippocrate la biblioteca possedeva, tra l’altro, l’Opera omnia in greco pubblicata a Basilea nel 1538. Le varie correnti della medicina dell’antica Roma sono rappresentate da Antonio Musa, Scribonio Largo, Dioscoride, Aulo Cornelio Celso, il primo a quanto si crede, che abbia scritto di medicina in latino”. La Biblioteca della Natio Germanica Artistarum è insomma una biblioteca dei contrasti, è pubblica e privata, è specialistica e generalista, è moderna e aggiornata ma, al tempo stesso, antica e tradizionalista. Risponde a esigenze reali ma si arricchisce soprattutto grazie a donazioni. Vive più di altre biblioteche di donazioni ma è vittima anche di continue sottrazioni. Più di tutte le biblioteche del mondo e di tutti i tempi è summa e sintesi, culmine e compendio, delle caratteristiche che definiscono i luoghi e le isti- tuzioni deputate alla conservazione dei libri. È una biblioteca qualitativamente ricca seppure composta da opere scelte non in base alla rarità o alla bellezza ma all’utilità e all’uso immediato, e quantitativamente importante anche se costituita esclusivamente da opere donate dagli affiliati all’associazione studentesca; non a caso, anche se non mancano preziose prime edizioni, si tratta per lo più
di tirature più comuni e numerose opere, evidentemente testi di studio, sono spesso presenti in più esemplari. I volumi sono facilmente riconoscibili in quanto tutti rilegati in tutta pergamena, una legatura che trascura l’eleganza a favore della solidità, e perché contrassegnati da un’aquila bicipite, impressa a fuoco sul piatto superiore. La prima opera registrata nell’edizione del 1677 nella sezione medica è il Conciliator di Pietro d’Abano (1250-1316), forse in versione manoscritta, e l’ultima, presente in due esemplari, sono i Secreta medicinae et Chirurgiae di Giovanni Battista Zapata. Il Conciliator non necessita presenta- zioni se non per notare che è uno dei dodici libri che compaiono nel frontespizio del Fasciculo de medicina (Vene- zia 1494), in cui è raffigurato lo studio di un medico del Quattrocento. L’aspetto enigmatico è rappresentato nell’immagine non viene citato l’autore del Conciliator, ma solo il titolo, e per di più in forma abbreviata, dimostrazione della grande fama dell’opera o del timore di citare un autore ancora scomodo, a quasi due secoli dalla morte, a causa delle ripetute accuse di eresia? Vale la pena soffermarsi un momento sul Fasciculo del 1494, la versione ampliata e in volgare di un’opera dello stesso titolo edita nel 1491 dai fratelli De Gregori. Un incunabolo estremamente impor-tante per gli storici della medicina e dell’editoria veneziana e scientifica, composto da una decina di brevi testi e da una decina di xilografie che rappresentano dei compendi figurati del testo che precedono, e offre una sintesi efficace di tutto quello che un medico dell’epoca non poteva ignorare. I Secreta medicinae et Chirurgiae sono un ottimo esempio dei manuali eclettici che fiorirono soprattutto tra Cinque e Seicento riunendo in poche pagine conoscenze mediche ed esperienze empiriche che teoricamente permettevano di “accrescere la memoria”, guarire “ogni mal francese” (leggi sifilide), “cancari” e “cancrene” di ogni sorte, “dolori di ogni qual si voglia parte del corpo” e “piedi enfiati per lungo viaggio” curati con il “rosmarino cotto in aceto”. Sono inoltre presenti i più importanti esponenti della medicina bizantina, da Oribasio ad Aezio, ad Alessandro di Tralles, a Paolo d’Egina, a Giovanni Attuario, e della medicina araba con Ioannitius, Mesuè e Averroè con il Colliget. Per la scuola salernitana non passano inosservati Isacco Giudeo e il trattato Regimen sanitatis. E vanno ricordati anche l’Anatomia di Mondino, le opere di Girolamo Fracastoro, di Paracelso, gli anatomici prevesaliani, Bartolomeo Montagnana, il Concorreggio, Giovanni Arcolano da Erona, il fiorentino Benivieni, Nicolò Massa, Jacques Dubois, detto Sylvius. Nonché il De humani corporis fabrica del Vesalio, opera fondamentale della moderna anatomia, presente in cinque esemplari, uno dei quali è l’edizione di Leida del 1552. Un patrimonio immenso che a quasi cinquant’anni di distanza dallo scritto della Rossetti non è ancora stato oggetto di una ricerca sistematica, la quale porterebbe un contributo di valore insostituibile dal punto di vista bibliologico e storico nei diversi ambiti del sapere riuniti dalle biblioteche della natio Germanica.

Mario Anton Orefice, I libri della Natio Germanica, in Charta 158

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