Breve storia di automi e computer più bravi di noi
La storia del “Turco” di Van Kempelen sembra inventata ma è vera. Così vera che due secoli e mezzo dopo, Amazon ha chiamato Mechanical Turk la piattaforma che pubblica incarichi digitali, Human Intelligence Tasks, affidati a lavoratori che in tutto il mondo classificano immagini, trascrivono registrazioni, rispondono a questionari, verificano informazioni, moderano contenuti ed etichettano i dati destinati all’addestramento, al machine learning degli algoritmi che governano social e intelligenze artificiali. “Insegnano” all’algoritmo a distinguere un gatto da un cane, una frase offensiva da una battuta, un’informazione attendibile da una falsa, un’immagine illegale da un paesaggio. Un ghost work, un lavoro invisibile indispensabile al funzionamento dei sistemi digitali affidato a dei nuovi turks.
Il giocatore di scacchi di Maelzel
Ma torniamo al “Turco” originale creato nel 1770 dall’inventore e scrittore ungherese Wolfgang von Kempelen. Era un autonoma dai tratti orientali con tanto di pipa e turbante. Giocava a scacchi seduto a una scrivania abitata da mille ingranaggi, che Van Kempelen si curava di mostrare al pubblico prima di ogni partita alla luce tremula di alcune candele. Questo falso automa intrattenne Napoleone e Maria Teresa d’Austria, e ispirò lo straordinario racconto Die Automate (“Gli automi”, 1814) di Ernst Theodor Amadeus Hoffmann che iniziava così: “Il Turco parlante aveva suscitato un generale scalpore: l’intera città era in subbuglio e, giovani e vecchi, aristocratici e plebei, accorrevano dalla mattina alla sera per ascoltare gli oracoli che quella strana figura dall’aspetto di cadavere vivente sussurrava a labbra serrate all’orecchio dei curiosi”.
Edgar Allan Poe, autore tra gli altri de La Lettera Rubata (1845) tanto amata dai lacaniani, gli dedicò, dopo oltre mezzo secolo di partite fasulle e spettacoli a pagamento in giro per il mondo, il curioso saggio intitolato Il giocatore di scacchi di Maelzel. In quelle pagine svelò le ragioni per cui all’interno di qualche doppiofondo si nascondeva un maestro della scacchiera, che come un burattinaio azionava le braccia dell’automa.
La fascinazione che subiamo nei confronti delle macchine è antica, pensiamo all’Ars Magna di Raimondo Lullo, teologo, filosofo e missionario catalano, che nel Duecento ideò un sistema logico composto da dischi sovrapposti, in grado di formulare domande e dare delle risposte; o all’anatomista fiammingo Andrea Vesalio che nel suo De Humani Corporis Fabrica (1542) rovescia le concezioni galeniche sull’anatomia del cuore e paragona il nostro corpo a una fabbrica; ai disegni di Leonardo da Vinci, alla sua macchina volante, al carrarmato, alla vite aerea; al telaio automatico dell’industriale Jaquard o alla macchina calcolatrice di Charles Babbage nella Londra vittoriana.
“Can machines think?”
Il Turco, al di là dello smascheramento, anticipava la domanda “Can machines think?” posta in primis dal genio di Alan Turing nel saggio “Computing Machinery and Intelligence” sulla rivista Mind (1950). Mostrava che una macchina può giocare a scacchi e quindi di “pensare”, imitare l’essere umano. Confermava la nostra fascinazione nei confronti dei robot: il termine ceco robota, schiavitù, fu introdotto per la prima volta nel 1920 da Karel Capek.
Dal punto di vista simbolico fu l’antenato dell’Intelligenza artificiale e di Deep Blue, il programma dell’IBM che nel 1997 sconfisse il campione del mondo in carica Garry Kasparov, il quale come Poe sospettò che dietro alcune mosse più creative ci fosse stato l’intervento umano, ma si sbagliava. Mentre il primo conversatore automatico della storia, il primo chatbot (crasi delle parole chat, conversazione, e robot, automa) si chiama Eliza. Il programma, scritto da Joseph Weizenbaum nel 1966 al Mit di Boston, il Massachusets Institute of Technology, imitava un dialogo psicoterapeutico.
Ancora oggi si usa l’espressione “effetto Eliza” quando le persone attribuiscono caratteristiche umane alle macchine, in particolare ai modelli conversazionali delle IA che prevedono reciproche domande e risposte, come nel film Her di Spike Jonze, una storia romantica e visionaria che racconta di Theodore, un uomo solo e introverso, perdutamente innamorato di Samantha, una Lei animata dall’intelligenza artificiale.
Il Test di Turing e quello della Stanza Cinese
Alan Turing, la cui biografia merita un approfondimento, aveva previsto con largo anticipo gli sviluppi l’intelligenza artificiale e sostenuto che nel momento in cui un essere umano non fosse stato in grado di distinguere le risposte dei suoi simili da quelle di una macchina (Test di Turing) si sarebbe potuto concludere che i computer sono in grado di pensare. Non era dello stesso avviso il filosofo statunitense John Searle, che nel 1980 teorizzò l’esperimento mentale della Stanza Cinese. Dice Searle: ipotizziamo che in una stanza ci sia Giovanni che non conosce il cinese ma può rispondere a delle domande in cinese grazie a una serie di manuali che gli danno tutte le istruzioni necessarie a formulare le risposte corrette, solo in base alla forma e alle differenze di segno dei caratteri; non per questo potremmo sostenere che Giovanni sia consapevole delle risposte che dà. Il modo in cui lavora Giovanni è lo stesso dell’Intelligenza artificiale generativa, che elabora le parole del linguaggio attraverso algoritmi statistici. La dimensione semantica e di comprensione del senso delle frasi prodotte è inesistente. Dobbiamo quindi concludere che ChatGPT e le altre forme di AI generativa non siano intelligenti perché l’intelligenza ha bisogno di un corpo, di un cervello? Dipende dalla nostra prospettiva, dal nostro sguardo, come vedremo attraverso l’interessante analisi del filosofo dell’informazione e dell’etica digitale Luciano Floridi.
“È consueto offrire un briciolo di conforto…”
Ma prima scopriamo qualcosa in più sulla vita da romanzo di Turing, entriamo nei suoi angoli luminosi e in quelli drammatici. Nella pellicola The Imitation Game di Morten Tyldum si celebra il ruolo decisivo di Turing nella decifrazione del codice segreto Enigma, utilizzato dai tedeschi nella Seconda guerra mondiale. A Bletchley Park, il centro britannico di crittografia, insieme ad altri collaboratori costruì un computer elettromeccanico chiamato “Bombe” in grado di decriptare i messaggi del nemico, un’impresa che permise di accorciare la durata della guerra di quattro anni e di salvare milioni di vite umane. Geniale pioniere dell’intelligenza artificiale, nel già citato saggio “Computing Machinery and Intelligence” del 1950 teorizzò l’elemento fondamentale di ogni intelligenza artificiale generativa di testi, immagini, suoni, azioni, il cosiddetto machine learning, l’apprendimento automatico: “Invece di elaborare un programma per la simulazione di una mente adulta, perché non proviamo piuttosto a realizzarne uno che simuli quella di un bambino? Se la macchina fosse poi sottoposta ad un appropriato corso d’istruzione, si otterrebbe un cervello adulto”. Nell’appassionante e monumentale biografia “Alan Turing storia di un enigma”, Andrew Hodges scrive: “Parlando alla radio nel 1951, proprio mentre si inaugurava il grande Festival d’Inghilterra, (Turing) si era spinto a dire: ‘È consueto (…) offrire un briciolo di conforto, dichiarando che certe caratteristiche peculiari dell’uomo non potranno mai essere imitate da una macchina. Io però non sono in grado di offrire un conforto simile, perché credo che limiti di questo genere non si possano porre’. Nel descrivere l’avvento delle macchine intelligenti, disse che un tale avvento avrebbe potuto causare all’uomo ansie e paure ancor più acute di quelle provocate un secolo prima da Darwin, quando si temette che l’uomo potesse venir soppiantato dal maiale o dal ratto”.
Poco dopo, nel 1952, la sua vita precipitò in un’ inferno giudiziario. A seguito di un furto, la polizia scoprì la relazione omosessuale con Arnold Murray, un giovane operaio disoccupato. Fu condannato per “grave indecenza” a due anni di carcere o, in alternativa, alla castrazione chimica. Scelse la terapia ormonale e cadde in un profondo stato di malessere psichico. Il 7 giugno del 1954, a soli 41 anni, fu trovato privo di vita nel suo letto. Aveva morsicato una mela avvelenata con il cianuro di potassio. Impossibile non pensare al logo della Apple, che però ha sempre negato ogni legame simbolico con l’avvenimento. Alcuni hanno supposto che si trattasse di un suicidio mascherato ad opera dei servizi segreti britannici per le informazioni riservate di cui era venuto a conoscenza durante la sua missione a Bletchley Park. Nel 2017 il Parlamento inglese approvò la Turing’s Law che annullò retroattivamente migliaia di condanne per omosessualità.
La quarta rivoluzione
Dopo Turing, una delle riflessioni più stimolanti è a mio parere quella contenuta nel preveggente saggio di Italo Calvino intitolato Cibernetica e fantasmi del 1968, raccolto nel volume Una pietra sopra in cui partendo dalla premessa che la scrittura è un processo combinatorio annuncia la scomparsa dell’autore: “È con animo sereno e senza rimpianti che constato come il mio posto potrà essere occupato benissimo da un congegno meccanico. (…) Scompaia dunque l’autore – questo enfant gaté dell’inconsapevolezza – per lasciare il suo posto a un uomo più cosciente, che saprà che l’autore è una macchina e saprà come questa macchina funziona”.
Per Luciano Floridi, filosofo dell’informazione e dell’etica digitale, si è sviluppata la quarta rivoluzione, quella informazionale, che ha messo in discussione la nostra identità e la nostra centralità. Pensavamo che il sole girasse intorno alla terra ma Niccolò Copernico (1473-1543) dimostrò che al centro dell’universo non c’eravamo noi. Poi arrivò Charles Darwin (1809-1882) e rivelò che non eravamo poi così diversi dalle altre specie viventi. Della nostra mente pensavamo di essere i padroni assoluti ma Sigmund Freud (1856-1939) scrisse che chi comanda davvero è l’inconscio. Era rimasta la nostra insuperabile intelligenza che oggi arranca sorpassata in termini di conoscenze e capacità dalle intelligenze artificiali. Per Floridi siamo degli inforg, degli organismi informazionali reciprocamente connessi nell’onlife, nell’infosfera con altri agenti informazionali naturali e artificiali.
(l’immagine di copertina è tratta da Repubblica dell’8 maggio 2026)
Per approfondire i film: Metropolis di Fritz Lang (1927), 2001 Odissea nello spazio di Stanley Kubrick (1968), Matrix di Andy e Larry Wachowski, (1999), Her di Spike Jonze (2013), The Imitation Game di Morten Tyldum (2015), WALL-E di Andrew Stanton (2008). E i libri: L’automa di Ernst Theodor Amadeus Hoffmann (1814); Il giocatore di scacchi di Maelzel di Edgar Allan Poe (1836); Alan Turing, storia di un enigma di Andrew Hodges (1983); Cibernetica e fantasmi in Una pietra sopra, discorsi di letteratura e società di Italo Calvino (1995); Anima e Ipad di Maurizio Ferraris (2011); Che cos’è un dispositivo di Giorgio Agamben (2006); Intelligenza artificiale e pensiero umano. Filosofia per un tempo nuovo di John Searle (2026); Il nodo etico di Luciano Floridi (2026).