7 Dicembre 2023

ENIGMI

ENIGMI
Forse solo l’arte, la spiritualità, l’amore, possono lavare lo sporco orrore che schizza da più parti nel mondo, come se ci fosse un’amnesia generale, una cecità totale su quanto già avvenuto nel Novecento, Auschwitz, Hiroshima, Nagasaki, Vietnam, Genocidio armeno, i Gulag … la banalità del male non ha profondità come scriveva Hannah Arendt, e forse per questo si ripete.
Una boccata d’aria sulle tracce dell’enigmatico de Chirico, di cui ho scritto di recente per Il Gazzettino.
“Se volete una replica esatta di questi due quadri (Le muse inquietanti e I pesci sacri del 1918) posso farvela per 1000 lire italiane ciascuna. Queste repliche avranno il solo difetto di essere eseguite con una materia più bella e una tecnica più sapiente”, scrive Giorgio de Chirico il 10 marzo 1924 a Simone Kahn, moglie di André Breton.
“Copiarsi è un atto di autoappropriazione da parte dell’artista, che in questo anticipa il maestro dei multipli Andy Warhol”, ha spiegato martedì a Palazzo Sarcinelli Victoria Noel-Johnson all’opening dell’esposizione “Giorgio de Chirico, metafisica continua” (catalogo Antiga Edizioni) organizzata da Artika in collaborazione con il comune di Conegliano la Fondazione Giorgio e Isa De Chirico, che resterà aperta fino al 25 febbraio 2024.
Londinese di nascita, Master of Arts in storia dell’arte presso l’Università di Edimburgo e PhD all’Università di Glasgow, è stata curatrice dal 2008 e il 2017 della Fondazione Giorgio e Isa de Chirico di Roma da cui provengono le 71 opere, tele e splendide sculture in bronzo dorato e argentato, in mostra. Alta con tailleur nero attillato e i capelli raccolti a coda di cavallo, ha condotto il pubblico attraverso il segreto e metafisico mondo dechirichiano: “La genialità di de Chirico – ha spiegato – si è moltiplicata nel corso della sua esistenza anche attraverso le copie. Negli anni Sessanta Warhol dirà ‘Quello che De Chirico ha fatto in una vita, io lo faccio in un giorno’. Centinaia le repliche delle “Muse Inquietanti”, ma c’è sempre una differenza, un dettaglio, la lunghezza di un’ombra, la sfumatura di un colore ad arricchire, a personalizzare, a migliorare l’opera originale. Nello stesso tempo de Chirico segue in questo atto di autoappropriazione i grandi maestri del passato, come si legge in una lettera al collezionista Giuseppe Cosmelli del 4 gennaio 1956 : ‘Anche presso i maestri antichi si possono notare opere identiche dipinte dallo stesso maestro. Ad esempio del Cardinale Inghirami vi sono due ritratti identici ambedue di mano dell’Urbinate (Raffaello ndr), uno sta al Museo Pitti a Firenze e l’altro al Museo Prado di Madrid'”.
La mostra riserva un ampio focus alla stagione neometafisica 1965-1976 – di cui Fondazione de Chirico possiede la più importante e completa collezione al mondo – caratterizzata dalla rielaborazione dei temi che popolavano le opere del primo periodo metafisico 1910-1918. Ne è un esempio “Interno metafisico con testa di cavallo” del 1968, dove i vari elementi abbracciano il Barocco, il Rinascimento, le fughe di portici vuoti, colori smaglianti e Rubens, il suo pittore preferito cui alludono sempre le forme equine. Come se il tempo non esistesse, come se non ci fossero limiti nella composizione. In una lettera a Guillaume Apollinaire dell’11 luglio 1916 scrive: “Eraclito ci insegna che il tempo non esiste e che sulla grande curva dell’eternità il passato è uguale all’avvenire, ogni notte il sogno nell’ora più profonda del riposo, ci mostra il passato uguale al futuro”. Tutto può coesistere per de Chirico in una concezione di tempo circolare, come quella di Nietzsche, il suo filosofo prediletto, che in “Volontà di potenza” parla dell'”amor fati” come unica possibilità di accettazione per l’uomo dell’eterno ritorno.
De Chirico non è morto nel 1918, come avrebbero voluto i surrealisti che lo criticavano con toni durissimi per i riferimenti all’antichità classica – inevitabili per uno nato e cresciuto in Grecia – e ai grandi maestri del passato. Raymond Queneau nel 1928 arrivò a definirlo “un pittore che non fa altro che trascinarsi per i musei italiani, leccando la polvere dei vecchi quadri e dedicandosi a copie idiote”. La sua è stata una lunga carriera disseminata di enigmi da decifrare: i Manichini senza volto, i Trovatori, le Muse inquietanti, le Piazze d’Italia e le Torri, gli “Interni ferraresi”, i “Soli accesi e spenti”, i “Bagnanti Misteriosi” (serie Mythologie del 1934), dove appaiono uomini in giacca e cravatta che entrano in una cabina tra palloni galleggianti e cigni, o remano in una fuga inspiegabile dal quotidiano, idoli e statue classiche tra onirici e inspiegabili raduni acquatici. Amava dire che soltanto due o tre persone, tra cui il poeta Jean Cocteau, avevano capito le sue opere, e poi aggiungeva “ma non ne sono sicuro”.

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